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LA RECENSIONE DI KHAOS LEGIONS

Strano il destino di quello che, fin dalle sue origini, è stato riconosciuto e definito come melodic death metal, una gustosa e credibile commistione dei suoni durissimi e spigolosi tipici del sottogenere death, ma in qualche maniera dilatati e arricchiti da infusioni melodiche, magari negli arrangiamenti di chitarra oppure, più palesemente, nell'uso delle parti vocali, in cori e ritornelli che abbandonano l'asprezza tout court di stretta scuola estrema, in favore di soluzioni più studiate e memorizzabili. Strano destino, dicevamo, perché molte delle band appartenenti a questa scuola di pensiero (sonoro) hanno via via “subito” una evoluzione che ha finito per allontanare i fan di vecchia data, spesso poco inclini ad accettare il fatto che la crescita artistica, come poi quella anagrafica, comporta un fisiologico stemperamento degli estremismi tipici degli anni verdi della gioventù. Pur restando su lidi di carattere riconoscibilmente estremo, il sound melodic di nomi come In Flames, Dark Tranquillity, Children Of Bodom o Soilwork, giusto per fare degli esempi, ha visto sciogliersi certe asperità in favore del lato più ragionato e assimilabile della proposta, ed in tutto questo gli Arch Enemy dell'ex-Carcass Michael Amott non sono certo stati immuni al fenomeno, passando anche attraverso mutazioni a livello di formazione che non poco hanno contribuito in tal senso. L'ingresso della bella tedesca Angela Gossow al posto di Johan Liiva, maschietto, più legato a schemi e sonorità death dure e pure, dietro al microfono ha accentuato non poco la deriva melodica della band, facendo di quello di Amott un gruppo per molti versi diverso e completamente nuovo rispetto all'illustre passato.

“Khaos Legions” è il sesto album registrato con la bionda singer in formazione, il nono dell'intera discografia del quintetto, ed è un po' il testamento sonoro della cantante, che ha poi abdicato in favore della ex-The Agonist Alissa White-Gluz, pur restando in forza nello staff della band in veste di buisiness manager, e costituisce quindi l'apice a livello di coesione e maturità con gli ex-compagni di palco.

L'intro stumentale “Khaos Overture” crea la giusta tensione e aspettativa fino all'esplosione di “Yesterday Is Dead And Gone” (forse profetica?), il brano scelto come singolo, che mette subito in mostra non solo il timbro al vetriolo della cantante e le efficaci infusioni melodiche dei bridge e dei ritornelli, ma anche la invidiabile padronanza tecnica dei musicisti coinvolti nel progetto, chirurgici in ogni passaggio e cambio di tempo, con un Amott sempre generoso in solismi spesso spinti alle soglie del virtuosismo vero e proprio. Un mid tempo schiacciasassi che sbriciola ogni resistenza senza concessioni di sorta, sorretto da un riffing assassino e da un gusto melodico che comunque non stempera l'aggressività di base. Siamo su lidi sonori forse più vicini al metal classico più duro che al death, ma cattiveria e impatto sono tali da supplire mirabilmente alle sfumature stilistiche. “Bloodstained Cross” si lancia in un uragano death/thrash sostenuto da una doppia cassa impietosa, segnato da strappi ad alta velocità alternati a rallentamenti di grande efficacia in cui le infusioni melodiche della voce, sebbene resa stridula a catramosa a seconda delle esigenze, donano un che di epico, forse in qualche modo di originale alla proposta degli Arch Enemy. Sempre in bella evidenza il solismo chitarristico di grande atmosfera e impatto. Segue “Under Black Flags We March”, che dopo un inizio sinuoso e maligno, si attesta su coordinate quasi epiche, votate ai tempi medi, con un coro da urlare dal vivo ed una ritmica tellurica che non stempera mai il suo incedere poderoso. Il sottile tappeto di tastiere che accompagna i cori, dona più spessore ad una proposta che, se fa gridare allo scandalo i puristi del death, non può che entusiasmare i neofiti del suono più duro sebbene ricco d'atmosfera.

“No Gods, No Master”, dall'incedere ai limiti del power/epic, esalta il timbro mascolino della Gossow ed il gusto per la cura degli arrangiamenti da parte di un gruppo che sa giocarsi bene le sue carte, fornendo una prova diversificata ma credibile e grondante cattiveria ed aggressività da ogni suo solco. Il riffing si fa vario e multicolore, senza risultare contorto ma, anzi, mantenendo una linearità piacevole e trascinante. “Cry Of The Dead” accelera tesa e cattiva per poi rallentare sulla parte cantata, trapuntata da infusioni solistiche tecniche e curatissime, poggiando su un ritornello epico e melodico e su cambi di tempo mai casuali o asserviti al caos fine a se stesso. Il coro centrale è molto efficace prima di lasciare spazio alla cascata di note dell'assolo. Un riff pachidermico e rallentato introduce “Through The Eyes Of A Raven” che si snoda su un tempo medio molto potente su cui la Gossow gracchia posseduta le sue visioni di morte e le chitarre tessono un tappeto ritmico vario e cangiante, eseguito con invidiabile padronanza, aperto sì alla melodia ma anche, e soprattutto, figlio di visioni sonore estreme e durissime. Tempi rocciosi si inerpicano su una doppia cassa mai monotona, il tutto sulla scorta di una produzione brillante e curata, che non lascia indietro nessuno strumento. Gli strappi accelerati di “Cruelty Without Beauty”, contrappuntati da efficaci suoni di tastiera e da cambi di tempo immani, ne fanno uno degli episodi più riusciti del disco, sciorinando tutto lo scibile estremo in possesso del quintetto, capace con egual maestria di passare da tempi dilatati ai limiti del doom ad accelerazioni quasi in blast beat con apparente disinvoltura. Dopo l'atmosferico interludio strumentale “We Are a Godless Entity”, gli Arch Enemy assestano un colpo letale con “Cult Of Chaos”, lanciata in un up tempo trascinante e sanguinario ricco di strappi più veloci come di rallentamenti poderosi, su cui si staglia la voce compromessa della singer, forse ben supportata in studio, ma che non perde un colpo e resta probabilmente la cosa più estrema della proposta musicale della band. Il suo ruggito esasperato fa da degno contraltare alle dissertazioni melodiche delle chitarre, mai alla ricerca della progressione inaspettata ed originale, ma votata ad uno stile che gli scandinavi ormai padroneggiano con grande mestiere. Di nuovo velocità sostenuta nella forse più scolastica “Thorns In My Flesh”, la più lunga del lotto, che da spazio a tutti i lati sonori dell'universo Arch Enemy, dando però libero sfogo alla prova vocale così come alle aperture melodiche tipiche dello stile dei nostri. “Turn To Dust” è un altro breve strumentale molto melodico che svanisce all'esplodere del riff velocissimo di “Vengeance Is Mine”, una vera manganellata in pieno viso, per nulla vanificata dalle dissertazioni chitarristiche melodiche, ma anzi lanciata a rotta di collo e votata all'impatto sanguinario. A chiudere le ostilità ecco “Secrets”, dalla grandeur epica che si risolve in un attacco speed che è un po' un compendio dello stile della band, sempre padrona della situazione e ben lontana dall'indulgere in tecnicismi freddi e privi di mordente.

 

Vincenzo Barone

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Khaos Overture – 00:01:30
Yesterday Is Dead and Gone – 00:04:21
Bloodstained Cross – 00:04:49
Under Black Flags We March – 00:04:40
No Gods, No Master – 00:04:14
City of the Dead – 00:04:32
Through the Eyes of a Raven – 00:05:09
Cruelty Without Beauty – 00:04:59
We Are a Godless Entity – 00:01:34
Cult of Chaos – 00:05:10
Thorns In My Flesh – 00:04:54
Turn to Dust – 00:00:38
Vengeance Is Mine – 00:04:11
Secrets – 00:04:05