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CELTIC FROST

 

CELTIC FROST

 

Incredibilmente la storia degli elvetici Celtic Frost è tra le più longeve che il metal ricordi. E’ pur vero che dopo la pubblicazione dell’album “Vanity Nemesis “del 1990 c’è stato un lunghissimo gap che si è colmato nel 2006, ben 16 anni dopo, con il ritorno concretizzatosi con la Century Media e con l’album” Monotheist”.

I Frost appartengono alla prima vera generazione metal, quella lanciata e promossa dalla Metal Blade, la mitica etichetta californiana, al pari degli Slayer, dei Metallica, dei Fates Warning e pochi altri. I loro inizi possono essere considerati una sorta di prequel del death metal. Gli albums “Morbid Tales” e “To Mega Therion” usciti rispettivamente nel 1984 e nell’85 sono stati pietre miliari  sulle quali l’intero fenomeno death si è costruito per un decennio successivo. Ma che le potenzialità del trio svizzero fossero di ben altra portata rispetto a bands che poi non ebbero altrettanto fortuna-  come i  Pandemonium o gli Hallow’s Eve solo per citarne un paio-  i Celtic Frost segnarono un’impennata nel loro processo di crescita con l’album” Into The Pandemonium”, uscito nel 1987 per l’etichetta tedesca Noise. Quell’album esordiva con una straordinaria cover di “Mexican Radio” dei Wall of Voodoo di Stan Ridgeway e poi entrava in un mondo onirico e visionario caratterizzato da brani come “Mesmerized” o “Inner Sanctum”. In copertina “ Il Trittico Del Giardino” del pittore Hyeronimus Bosch, una scelta coraggiosa che avvicinò  come forse mai prima il mondo del metal a quello del simbolismo pittorico. “Into The Pandemonium” rivelò ancor di più le legittime aspirazioni di grandezza di Martic Eric Ain e soci, che però diedero seguito a quel bellissimo album il discutibile “Cold Lake”,  dove integrarono nella line up un chitarrista ritmico, Oliver Amber, al quale venne affidato sorprendentemente un importante ruolo compositivo che portò la band  fuori focus, verso sonorità meno estreme e più masticabili. Fu un passo falso pagato a caro prezzo e dal quale i Celtic Frost pagarono un prezzo salatissimo. I Celtic realizzarono  forse il loro miglior disco in assoluto, quel “Vanity/Nemesis” che vide la luce nel 1990 e che venne realizzato agli Sky Trax Studios di Berlino, (dove Sir David Bowie aveva inciso “Heroes”), che i nostri coverizzarono in una versione a dir poco irriconoscibile. Eppure “VN” è il disco della definitiva maturazione. Una sequenza micidiale in perfetto stile Celtic Frost da “The earth beneath” a “Wine in my hand” e poi a seguire “Wings of solitude” e “The name of my bride”, davvero uno dei dischi più interessanti che il metal abbia prodotto in un periodo musicalmente molto delicato, quello a cavallo tra i due decenni. Ma le vicissitudini della band svizzera erano comunque destinate ad un lungo periodo oscuro, durante il quale di fatto si sciolsero, salvo poi tornare nel 2006 con un disco granitico, di forte impatto, a ribadire una nobiltà mai realmente decaduta, un trono da tornare a reclamare. L’introduttiva devastante “Progeny”, poi la controversa “Sinagoga Satanae” e la conclusiva “Winter” un altro dei tanti brani ispirati alla musica sinfonica e dodecafonica.