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monotheist-re-issue-2016

Frutto della reunion avvenuta nel 2001 - poi interrottasi purtroppo già nel 2008 per l'abbandono del leader Tom Gabriel Fischer, poi al centro del progetto Triptykon – "Monotheist" resta l'ultima testimonianza discografica a marchio Celtic Frost e già solo per questa ragione merita un posto di tutto rispetto nella storia della musica dura. "Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi" si usa dire, ma questa volta sembra che l'angelo caduto abbia fatto un'eccezione ed abbia organizzato ogni cosa per permettere ai suoi figli più discoli di porre una mirabile chiosa a margine di una storia musicale che, lo si accetti o meno, meritava un altisonante e degna sigla finale. Coadiuvato dal vecchio socio Martin E. Ain al basso, da Erol Unala alla chitarra (già accanto a Fisher negli Apollyon Sun) e dal batterista Franco Sesa, il biondo deus ex machina dei Frost ha saputo ancora una volta coprire di gloria un nome che nella musica metal più estrema ed avanguardistica è assolutamente impossibile ignorare, che ha segnato un imprescindibile punto di svolta ed è assurto a punto di riferimento ed imperitura ispirazione per legioni di band dedite in seguito al death, al black, al gothic o all'avant-garde in ogni sua forma e sfaccettatura. La curiosità e la pressione per la pubblicazione di questo album sono state quindi comprensibilmente altissime, ma i Celtic Frost 2.0 si sono rivelati all'altezza del loro nero e nobile passato, fornendo ancora una volta prova di un talento e di una ispirazione oscura e maligna che trova ben pochi termini di paragone, facendo praticamente gara in completa solitudine. Fin dal brano d'apertura "Progeny", sostenuto e d'impatto, con rallentamenti ai limiti del doom che ne caratterizzano l'andatura, si riprendono a respirare i miasmi di uno stile certamente evoluto e maturato rispetto al passato, ma comunque pregno di una mefistofelica riconoscibilità che ne fa nuovamente un esempio per chiunque decida scelleratamente di addentrarsi nell'universo marchiato Celtic Frost. Odore di zolfo, ombre di mostri sinuosi, atmosfere vischiose ed avvolgenti si impadroniscono dell'ascoltatore, trascinandolo in un mondo nero come la pece e schiacciandolo sotto il peso di riff imperiosi, moderni ed attuali, ma legati da un blasfemo patto di sangue con quanto espresso nel glorioso passato. "Ground" bissa il furore pesante attraverso un riff circolare ossessivo e lacerante, segnato da una prova vocale che se magari rinuncia a numerosi dei proverbiali "uh" di Fisher, sa rendere maligna e graffiante ogni soluzione sonora del quartetto svizzero. Parte quieta e quasi dolce "A Dying God Coming Into Human Flesh", per poi inabissarsi in un tempo lentissimo e ipnotico, riemergere con aperture che però non donano mai la visione della benchè minima luce, e tornare cattiva e nera come un tizzone d'inferno. Una delicata voce femminile fa da sirena incantatrice ad intrappolare nella gotica e rarefatta "Drown In Ashes", con Fisher in versione quasi declamatoria, in un lucido incubo onirico votato all'atmosfera sospesa e trasognata. Rumori, suoni e vocalizzi femminili agghiaccianti introducono "Os Abysmi Vel Daat", dall'incedere maestoso ai limiti del doom, in un lavico ribollire che non lascia scampo, oscillando fra la disperazione più cupa e la rabbia feroce dei diseredati, fino ad una apertura che si spinge fino al rumorismo diabolico più inquietante prima di riprendere la sua lenta inesorabile marcia verso la rovina, dopo un finale improvvisamente veloce. Tribale ed ipnotica, "Obscured" insiste sul versante gothic, intessendo una melodia vocale dai toni darkeggianti, doppiata efficacemente da una voce femminile capace di stemperare un minimo la poderosa pesantezza di un riff catacombale lento e quasi funebre. "Domain Of Decay" ci restituisce i Celtic Frost di ottantiana memoria, con i suoi "uh" e con una potenza che non necessita della velocità per essere estrema e luciferina. Più veloce e diretta, "Ain Elohim" ribadisce la lucida maestria dei nostri nel gestire un songwriting che sa alternare impatto e lugubre decadenza sabbathiana, sperimentazione e riff scavati nella nera roccia da anime in pena. "Totengott" è una rumoristica evocazione del Male puro, solo atmosfera ed una voce spinta ai limiti dello screaming black metal, prima del trionfo ossianico degli oltre 14 minuti di "Synagoga Satanae", uno scellerato compendio del talento dei Celtic Frost, solenne e massiccia, grondante una furia tesa e muscolare, velenosa e pesante come un nero monolite di pietra. Death, doom, dark, gothic, black si inseguono e fondono in uma miscela letale che inocula il suo fuoco blasfemo con impietosa crudeltà. "Winter (Requiem, Chapter Three: Finale)" chiude l'album con soli archi: una sigla finale emotiva e vibrante, ispirata e intensa, degna di cotanto lavoro. Vincenzo Barone  
  1. Progeny
  2. Ground
  3. A Dying God Coming Into Human Flesh
  1. Drown In Ashes
  2. Os Abysmi Vel Daath
  3. Obscured
  1. Incantation Against You
  2. Domain of Decay
  3. Ain Elohim
  1. Totengott
  2. Synagoga Satanae
  3. Winter (Requiem, Chapter Three: Finale)