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HEATHEN

 

HEATHEN

 

Quando nel 1987 la Combat negli States e la Music For Nations in Europa pubblicarono il disco d’esordio degli Heathen, intitolato “Breaking The Silence”, si ebbe la netta impressione che la scena thrash avesse acquisito un nuovo gruppo capace di affermare presto la propria leadership internazionalmente.

La scena della Bay Area in California insieme alla vicina San Francisco sono state le zone più prolifiche del trash dell’epoca d’oro. Quando la band del lituano Lee Altus si affacciò sul mercato con quel bellissimo disco,  non ci furono  dubbi che gli Heathen meritassero un posto tra i  dischi d’esordio più interessanti in assoluto.

La storia ci ha detto poi il contrario, non in termini di qualità, ma per il fatto che un secondo lavoro vide la luce solo nel 1991, “Victimis of Deception “, pubblicato dalla Roadrunner, dopodichè  il silenzio più assoluto fino all’inizio del nuovo secolo. Le motivazioni di questo mancato decollo sono da ricercare nella casualità di alcune situazioni contingenti che ne hanno limitato se non addirittura mortificato le legittime ambizioni espresse agli inizi. “Breaking The Silence”  è un piccolo masterpiece nel suo ambito; un thrash evoluto tecnicamente e molto ispirato sentenziato dall’introduttiva “Death By Hanging” e perpetrato da brani come “Goblins Blade”, “Open the grave” e dalla devastante “Save The Skull” uno dei capisaldi del thrash di sempre. Pure rasoiate  chitarrose. Quel sensazionale debut album è reso celebre anche da una delle cover più riuscite di sempre; infatti Altus e soci pagarono il loro dazio agli Sweet reinterpretando una fantastica “Set Me Free”, davvero una perla. Circostanza fortunata replicata con quasi altrettanta fortuna sul disco successivo dove la cover di turno fu “Kill the king” dei Raimbow di Ritchie Blackmore, che nella versione originale era contenuta nell’album Long Live Rock n Roll e cantata dall’immenso Ronnie James Dio. Se “Breaking The Silence” aveva rotto il ghiaccio ed attirato l’attrenzione, “Victims of Deception” confermò  quelle aspettative, seppure a ben 4 anni di distanza e con una scena che era profondamente cambiata intorno a loro. Il thrash aveva forse perso qualcosa in furia sonica, lasciando spazio a soluzioni musicali sempre più tecniche, fatte di trame intricate. Gli Heathen erano pronti anche al secondo appello. “Opiate The Masses”, “Hypnotized” e “Fear of the unknown” sono tre perfetti esempi di quanto quella band fosse in grado di competere con le principali formazioni di quel momento, dai Testament ai Flotsam & Jetsam. Eppure fu una sorta di epitaffio degli Heathen, che scomparvero dalle scene dopo un anno  di tour. Il loro ritorno coincise con un’iniziativa benefica legata alla raccolta fondi per curare Chuck Billy, voce e leader dei Testament. Gli Heathen tornarono in pista, ma più come live act che discograficamente. Li  ritroviamo in  un album dal titolo “Recovered”, datato 2004, una sorta di raccolta con alcune cover, e finalmente un album inedito nel 2010 a 23 anni dall’esordio, intitolato “The Evolution of Chaos”, che per molti versi suggella un lungo percorso di crescita e maturazione, purtroppo non coinciso con una discografia florida della band.  Un caso quello degli Heathen destinato a diventare singolare nel panorama metal mondiale. Una curiosità da ricordare; per un breve periodo Paul Baloff voce degli Exodus ha fatto parte della band, intorno al 1988