Sonymusic-Centurymedia

iconoclast-part-one-the-final-resistance

Il quintetto tedesco giunge con questo album al quinto capitolo del suo percorso sonoro, votato da sempre al death/metalcore più duro e oltranzista, per nulla interessato a voci pulite ed aperture melodiche ma, anzi, di volta in volta potenziato e incattivito come pochi.

“Iconoclast” rappresenta infatti quanto di più estremo e tirato la band abbia composto e pubblicato fino al 2008, mettendo in luce una determinazione ed una coerenza incrollabili, degne dell'estremismo sonoro più puro e conservatore. La forte componente di impegno politico e sociale che da sempre caratterizza le liriche del gruppo non accenna a sedarsi, fornendo un giusto supporto ad una proposta musicale viscerale e potente, senza compromessi. Il nome che la band si è scelto non deve trarre in inganno perché non ci troviamo certamente di fronte ad una realtà che in qualche modo è accostabile attitudinalmente a nomi che flirtano con l'occulto o col satanismo; quello che per i teutonici dovrebbe bruciare, è il paradiso delle illusioni di chi non guarda alle dure realtà del mondo, della politica, della guerra, dell'inquinamento, e si fa soltanto gli affari suoi, in barba al bene comune.

“Awoken” è una breve intro strumentale, eseguita al piano, di grande atmosfera, malinconica e sognante, capace però di creare la giusta tensione prima che il violento mostro sonoro dei tedeschi irrompa in tutta la sua impietosa possanza. “Endzeit” mantiene le promesse e si abbatte sull'ascoltatore con veemenza degna dei nomi più illustri della scuola death americana, senza nulla concedere al respiro, se non in alcuni cambi di tempo che spezzano la furia di un riff al tritolo sparato a velocità criminale. Le chitarre indulgono a volte in brevi infusioni di melodia, ma la sezione ritmica, con una doppia cassa da infarto, e la voce, disperata nel suo perenne ruggito alle soglie dello scream tipico del black metal, non danno tregua sul versante estremo. “Like A Thousand Suns” deflagra parossistica e selvaggia, fornendo un ennesimo esempio del modo di vivere ed interpretare l'estremismo sonoro da parte di un gruppo certamente non interessato alle classifiche di vendita fuori settore. La voce strappa via la carne dalle ossa mentre il tappeto sonoro, pur non lanciandosi a velocità da record, mena botte da orbi, elargendo rabbia e tensione furiosa con grande gusto e mestiere. Si prosegue con “Murderers Of All Murderers”, dal vincente arrangiamento ritmico che riesce a tratti a dare spazio ad un tempo in levare, per poi erigere un muro fonico metalcore dal potenziale distruttivo smisurato. Mai caos fine a se stesso o violenza incontrollata per gli Heaven Shall Burn, che anzi, soprattutto nella serie di riff cuciti insieme in ogni brano, mostrano doti tecniche per nulla trascurabili ed un gusto per le dinamiche e gli arrangiamenti mai casuali davvero notevole. I rallentamenti sono sempre nitidi e pesanti e nulla tolgono all'impatto ed alla veemenza della proposta del quintetto.

“Forlorn Skies” crea un'atmosfera grave e tesa, quasi marziale, prima di prendere il sentiero più diretto e aggressivo, pur lasciando che le chitarre inanellino momenti di una certa portata melodica, nonostante il cantato resti straziante e votato ad un tono al vetriolo che comunque consente di distinguere bene le parole del testo. L'assenza di assoli non pesa affatto nella formula metalcore e la parata di riff a mitraglia si mantiene costantemente su un livello sempre coinvolgente e carico di energia. “A Dying Ember” è un altro manifesto ideale di quanto i tedeschi siano capaci di realizzare a livello di songwriting e di impatto, inscenando un furioso spaccato a metà tra death e hardcore che non lascia respiro, contando pure su chitarre “zanzarose” dalla melodia a suo modo intensa e profonda. Con i suoi quasi sette minuti di durata, si tratta dell'episodio più lungo ed articolato di tutto il disco ed infatti al suo interno si alternano le soluzioni e i cambi di tempo più vari, passando dalle sferzate tipiche della proposta death/metalcore ad aperture rallentate di grande atmosfera, da contaminazioni ritmiche pregne di amara melodia a possenti breakdown stoppati dall'incedere pachidermico. “Joel” procede cadenzata con la grazia di un panzer armato di tutto punto, screziata da incursioni vocali selvagge e angoscianti e da un palm muting forsennato, fino ad un rallentamento infernale dal profilo doom che mette davvero i brividi. Le ostilità, è proprio il caso di usare questa immagine, proseguono con “Quest For Resistance”, un anthem arcigno e greve, sorretto da una base ritmica dinamica e mobile, da chitarre ficcanti capaci anche di belle melodie e da vocalizzi che hanno poco di mano, specie quando tendono a farsi più cupi e profondi. Il ritornello è a suo modo memorizzabile ed il titolo viene scandito a squarciagola, cosa che dal vivo potrebbe risultare molto trascinante.

Tanto per chiarire che le radici e l'ispirazione dei tedeschi affondano in territorio metal estremo old school, ecco che la cover di “Black Tears” degli Edge Of Sanity fare bella mostra di sé non perdendo un grammo della sua primordiale forza ed irruenza, mantenendo la lineare carica melodico/drammatica dell'originale, vitalizzata sapientemente dal trattamento Heaven Shall Burn. Una scelta indovinata. “The Bombs Of My Saviours” riprende il discorso di stretta scuola metalcore con i suoi breakdown ciclici e le chitarre stoppatissime a spalleggiare una prova canora senza requie né concessioni di sorta, sebbene musicalmente il bridge prima della ripetizione del titolo si riveli di gran gusto melodico. “Against All Lies” gode di un efficace tappeto di tastiere che sorregge un mid tempo teso e di grande atmosfera, con le urla del cantante rese in tono quasi declamatorio ed un riffing intenso e drammatico, capace di creare un quadro sonoro a suo modo ricco di epicità, di grande solennità estrema, per uno degli episodi migliori di un platter comunque ben sopra la sufficienza. Si torna su coordinate stilistiche ai limiti del death con “The Disease”, potente e lanciatissima negli strappi veloci e credibilmente grondante rabbia e sete di vendetta. “Equinox” consente di tirare il fiato uscendo nettamente dal seminato, trattandosi di un malinconico strumentale affidato ad una sezione di archi che evoca panorami del Sol Levante e culla grazie ad una struggente melodia delicata e triste. Chiude alla grande il disco “Atonement”, brano strumentale che mette il luce un po' un aspetto nuovo della proposta del quintetto, evidenziando un maggiore gusto per atmosfere tese e rallentate ai limiti di un certo power/thrash di scuola americana, col suo tono grave e solenne.

 Vincenzo Barone

ITUNES BUTTON amazon button

 
 

Awoken (intro) – 00:01:28
Endzeit – 00:04:17
Like A Thousand Suns – 00:03:45
Murderers Of All Murderers – 00:03:54
Forlorn Skies – 00:04:50
A Dying Ember – 00:06:56
Joel – 00:05:03
Quest For Resistance – 00:04:51
Black Tears – 00:03:06
The Bombs Of My Saviours – 00:04:22
Against All Lies – 00:05:08
The Disease – 00:02:46
Equinox (outro) – 00:03:09
Atonement – 00:04:43