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Il gruppo capitanato dal chitarrista Jon Shaffer è una delle realtà più serie e credibili della scena statunitense, capace, in quasi trent'anni di onorata carriera, di ritagliarsi uno spazio che va ben oltre il concetto di cult band, proponendo il suo variegato e poderoso power/thrash di non immediata assimilazione senza mai temere confronti o mode passeggere ed, anzi, attestandosi in una dimensione “true” che ha saputo superare indenne anche numerosi e importanti cambi nella line-up. Ogni brano del quintetto contiene mille sfaccettature: arrangiamenti sontuosi, parti vocali epiche e potenti, ricche di melodia e gusto drammatico, aperture quasi progressive, strappi di thrash maturo, tematiche liriche mai lasciate al caso, arrangiamenti curatissimi, parti atmosferiche fuse mirabilmente a sezioni dal grande impatto, ritmiche tortuose tutt'altro che lineari, gran gusto e amore incondizionato anche per il metal classico. La voluta mancanza di immediatezza, non solo non fa perdere alla band un'oncia della sua forza d'urto, ma rende ogni sua nuova uscita un piccolo universo sonoro da esplorare, scoprire, conquistare ed apprezzare di più ad ogni nuovo ascolto. Sì, perché gli Iced Earth sono una di quelle preziose realtà del mondo metal che per essere esaltate come si deve vanno centellinate e assaporate con dovizia e grande attenzione, richiedendo più e più ascolti al fine di coglierne le innumerevoli finezze ed il songwriting sopraffino.

“Plagues Of Babylon” è il secondo album registrato con Stu Block (già nei più estremi Into Eternity) dietro al microfono, dopo il secondo sofferto abbandono della voce storica Matt Barlow nel 2011, e a livello lirico/tematico è per la prima metà un nuovo capitolo della saga narrativa iniziata nel 1988 con “Something Wicked This Way Comes”, proseguita poi nel 2007 con “Framing Armageddon (Something Wicked Part I)” - con il transfugo dai Judas Priest Tim Owens alla voce, coinvolto temporaneamente fra le due epopee ad appannaggio di Barlow - e ulteriormente sviluppata con “The Crucible Of Man (Something Wicked Part II)” nel 2008. Gli altri pezzi sono slegati dalla apocalittica vicenda curata da Shaffer & Soci, non allentando per questo la grande tensione ed il livello qualitativo di questo ultimo album che riporta quasi gli Iced Earth ai fasti degli anni '90.

Per la riuscita di questo nuovo capitolo della storia discografica del quintetto di Tampa, in Florida, non è trascurabile il contributo di Block, oggi più coeso ed a suo agio nella band dopo l'attività live seguita al suo esordio con “Dystopia”, e che, sebbene risulti ancora un po' intrappolato dai forti dettami stilistici di cui era titolare Barlow, si dimostra duttile e potente, capace senza dubbio di non far rimpiangere il pur illustre predecessore.

Anche il lavoro svolto dietro le pelli dal turnista di lusso Raphael Saini – brasiliano, di solito impegnato su fronti sonori più estremi – si lascia apprezzare per la grande perizia tecnica, per l'uso sempre nitido della doppia cassa, per la dinamica e la precisione del suo drumming vario e potente. Il posto di batterista negli Iced Earth è comunque stato assegnato a John Dette (Testament, Slayer, Heathen), quindi ci si attesta a prescindere su livelli di assoluta eccellenza.

La title-track, che apre il disco, nei suoi quasi otto minuti di durata, costituisce un prezioso e dettagliato menu di quanto il gruppo ha messo in questo nuovo lavoro, alternando fasi epiche e ritmi rocciosi che si susseguono imperiosi e solenni, sprazzi di scuola thrash di alta classe e momenti di grande tensione atmosferica, parti strumentali dinamiche ed aggressive dal vago sentore arabeggiante e assoli dal gusto sopraffino, riff marcatamente power americano e parti cantate di ampio respiro, passaggi rallentati e cavalcate di stampo classico.

“Democide” si fa strada sinuosa fino a sfociare in un riff ai limiti del thrash che si dipana in un brano aggressivo e teso, ricco di pathos lirico e sorretto da una doppia cassa precisa e mai ridondante e impreziosito da chitarre dal gusto maideniano, mentre “The Culling” si attesta su un tempo più lento e pesante, facendo leva su un ritornello dal grande valore evocativo, ai limiti dell'epicità, e su una cattiveria di fondo che si basa sulla tensione creata da un riff portante dal profilo drammatico: Sugli scudi la prova del singer, più che mai a suo agio nelle atmosfere tratteggiate mirabilmente da una band in grande spolvero.

“Among The Living Dead”, dopo un'intro dall'andamento quasi militare, prende forma tra atmosfere da cavalcata di coppia cassa ed epicità sul tipo primi Omen (chi se li ricorda?), con una parte cantata intensa e melodica ed un incedere così piacevolmente heavy metal da strappare a più riprese del sano air drumming. La non linearità del materiale del quintetto, rende ogni minuto di ascolto diverso da quello successivo, in un entusiasmante susseguirsi di “diapositive” musicali dalle tinte sempre diverse. “Resistance” torna su coordinate arabeggianti, ricordando un po' certe cose del mai troppo compianto R.J.Dio, ma con un ritornello più melodico e ricco di sana drammaticità e calore interpretativo. I cambi di tempo e di atmosfera conferiscono al brano una dinamica trascinante ed evocativa, accavallando panorami sonori intensi e dal carattere serio e teso, nella definizione di uno stile che gli Iced Earth dominano a loro piacimento.

“The End?” chiude la sezione dell'album dedicata al concept accennato in apertura di recensione, partendo lenta e dolce per poi mutare pelle e scuotersi in un ritmo roccioso e incalzante, definendo un profilo convulso, spezzato da parti cantate ricche di grandeur altisonante e con una fuga centrale a metà strada tra Iron Maiden e Judas Priest. Assolo da 10 e lode ed andamento speed prima di inerpicarsi nuovamente sul sentiero sonoro iniziale.

La semi-ballad intensa e sentita, dedicata da Shaffer a suo nonno, “If I Could See You” ci regala un episodio affatto melenso ed, anzi, con dalla sua una forza ed una profondità davvero rimarchevoli. “Cthulhu” esplode nella sua possanza power/thrash di grande impatto, diversificandosi sempre sapientemente ma conservando una grinta ed un pathos trascinanti ed epici. Anche “Peacemaker” parte lenta e su tempi dilatati, per poi inspessirsi su binari mirabilmente power, sulla scorta di una prova vocale di altissimo livello interpretativo. Gran melodia nelle parti soliste, sorrette da una ritmica al fulmicotone, tesa e inossidabile, e da un incedere nuovamente di scuola maideniana. “Parasite” fa perno su una sezione ritmica molto mobile e dinamica, snodandosi in un mid tempo power venato di grande epicità, in piena scuola a stelle e strisce, ed una malignità che si insinua più in profondità ad ogni nuovo giro di chitarra.

“Spirit Of The Times”, cover del progetto parallelo di Schaffer Sons Of Liberty, è un lentone classico che in verità non aggiunge nulla di così memorabile a quanto messo sul piatto dagli Iced Earth, essendo sì piacevole e intensa, ma risultano superflua nel contesto così ottimamente riuscito di questo album. Prima dell'”Outro” di chiusura, c'è ancora tempo per la cover di “Highwayman” del cantatutore Jimmy Webb (con M.Poulsen dei Volbeat) che pare più un riuscito divertissement che altro.

 

Vincenzo Barone

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Plagues of Babylon – 00:07:49
Democide – 00:05:22
The Culling – 00:04:26
Among the Living Dead – 00:05:14
Resistance – 00:04:59
The End? – 00:07:14
If I Could See You – 00:03:57
Cthulhu – 00:06:05
Peacemaker – 00:05:02
Parasite – 00:03:30
Spirit of the Times – 00:05:06
Highwayman – 00:03:14
Outro – 00:00:25