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LA RECENSIONE DI SOUNDS OF A PLAYGROUND FADING

Ben tre anni separano la pubblicazione di questo album dal suo predecessore “A Sense Of Purpose”, e per il quintetto svedese ci sono state delle serie novità, soprattutto a livello di line-up, che oggi vede la defezione di Jesper Stormblad, unico membro fondatore ancora presente nel gruppo, che ha abbandonato sembra per scelta personale, al fine di risolvere i suoi problemi di dipendenza dall'alcol, sostituito da Niclas Englin, una vecchia conoscenza, già negli In Flames infatti nel 1997. Il compositore principale è diventato l'altro chitarrista, Bjorn Gelotte, titolare di tutti i brani di questo “Sound Of Playground Fading”, che probabilmente segna il definitivo punto di svolta nella carriera degli svedesi. Il lusinghiero successo dei due album che hanno preceduto questo, ha fatto sì che la band operasse una scelta radicale, forse deludendo un po' i fan di vecchia data e vanificando le seppur già flebili speranze di un ritorno alle maggiori spigolosità degli esordi di marca death metal, sebbene nella forma melodica tipica della seconda generazioni di band scandinave. Ecco quindi che la voce abbandona completamente le parti urlate, restando sì roca, ma orientata decisamente alle parti pulite; si inspessisce la componente melodica e di una certa orecchiabilità dei cori; la velocità media dei pezzi si abbassa sensibilmente; gli assoli si fanno più hard e presenti, stemperando in una certa misura l'impatto per privilegiare il groove.

 

Niente si snatura o si stravolge, ma è evidente che gli In Flames, pur sulla scorta di un passato glorioso e pieno di spunti che hanno reso il loro stile competitivo e amato, guardino in avanti ben coscienti e concentrati sui nuovi traguardi piuttosto che sul rinverdimento delle radici, sulla rivendicazione di una leadership comunque indiscussa. “Sound Of Playground Fading” costituisce così un nuovo passo in avanti in un cammino artistico che ha fatto dell'osare, dello spingersi ogni volta un tantino più in là, la sua caratteristica primaria. Questo decimo album degli svedesi si attesta senza tema di smentita come nodale nella loro discografia, segnando la soglia di una scelta stilistica troppo consolidata per potersi permettere, d'ora in avanti, il ripescaggio del passato senza finire per confondere i nuovi ascoltatori ed irritare definitivamente i vecchi.

 

In apertura troviamo la title-track, introdotta da un arpeggio suggestivo che va poi a schiantarsi su un compatto muro sonoro, in linea con quanto proposto dalla band anche nell'album precedente. Ritmo medio e compatto, cori melodici e ariosi, ricchi di quell'alone drammatico ed epico che costituisce oggi uno dei punti saldi della proposta degli svedesi, assoli dal respiro ampio e dilatato, tappeto tastieristico ad inspessire il tutto ed una linea vocale doppiata tra il roco e il pulito, ed ecco sottolineato a dovere, con gusto e cura, il sentiero stilistico da seguire. Le chitarre stoppate sono pompate e potenti mentre la sezione ritmica cuce un incedere che probabilmente dal vivo sortirà effetti entusiasmanti. “Deliver Us”, scelta come singolo apripista del disco, è infarcita di accenni dal gusto elettronico che contrappuntano un lavoro ritmico dinamico ed efficace, su un tempo medio di non difficile assimilazione che alterna parti cantate ricche di pathos e ritornelli epici e melodici di grandissimo effetto ad aperture chitarristiche figlie di un songwriting che, evidentemente, nella fase post-Stormblad, intende regalare alle sei corde momenti più legati quasi all'hard classico.

Un arpeggio che sembra uscire da “And Justice For All” (l'album) dei Metallica, introduce “All For Me”, pezzo che evidenzia un drumming più presente ed impetuoso, giostrato sempre su un tempo medio e potente, che crea un tappeto ritmico sinuoso e mobile su cui le chitarre si fanno più pesanti e la voce tende a muoversi su registri nuovi, sempre melodici ed altamente interpretativi, ma caratterizzati da timbriche diverse e ricche di disperata drammaticità. Buoni i cambi di tempo e d'atmosfera e gli assoli, mai pirotecnici ma dall'accentutato gusto evocativo.

Piede sull'acceleratore e parte “The Puzzle”, brano che evidenzia come i “nuovi” In Flames interpretino la velocità, facendo un po' riferimento a se stessi nel periodo “Come Clarity”, fornendo una prova ottimamente eseguita ed arricchita da uno stacco centrale dal notevole gusto groovy che regala al pezzo una dinamica meno lineare, mentre la prova vocale si fa più caustica ed aggressiva. L'apertura d'atmosfera che precede il finale lega il tutto al gusto recente degli svedesi, creando un ibrido suggestivo tra passato e presente.

“Fear Is The Weakness”, anch'essa introdotta da un arpeggio, mette in luce, letteralmente, il nuovo corso ispirato, melodico e a suo modo “positivo” degli In Flames; a dispetto del titolo, infatti, il pezzo si dipana su coordinate epiche e solari, innervate da una sorta di energia positiva e ficcante, senza dover sconfinare mai in velocità sostenute, ma mettendo in evidenza una ariosità molto convincente. Ancora assoli epici e cori ariosi e potenti ad impreziosire uno degli episodi in definitiva migliori del lotto. “Where The Dead Ship Dwell” si rivolge e lega al passato più epico e marziale della band, risultano un piccolo gioiello di tensione ed atmosfera, rinverdendo fasti mai dimenticati dal grande gusto in fase di arrangiamento e dalla epicità trascinante sia a livello vocale che strettamente compositivo. Potente e quadrato, il pezzo, pur non rinunciando alla modernizzazione portata da accorgimenti figli dell'elettronica e dell'industrial più accessibile che caratterizza le opere più recenti del quintetto di Goteborg, si snoda con gusto metal classico grazie a chitarre sempre nitide e centrate e ad un incedere sì melodico, ma mai zuccheroso o privo di impeto.

“The Attic” è una ballad di grande atmosfera in cui il ruolo principale è ricoperto da Andres Friden, la cui voce bene si erge su un tappeto sonoro calmo e dolce, ma mai melenso. Brano acustico e ricco di effetti d'atmosfera, mantiene una tensione drammatica, che lontanamente potrebbe ricordare certi Pink Floyd, lungo tutta la sua durata, senza mai praticamente cambiare registro.

Con “Darker Times” gli In Flames duellano col nu metal, inscenando un brano lineare e senza scossoni ritmici, portato avanti volutamente accrescendo la tensione fino ai chorus d'effetto, dal grande potenziale epico/melodico, grazie a ritmiche potenti e riconoscibili e ad assoli dal forte gusto hard rock. “Ropes” si lega alla tradizione recente del gruppo scandinavo, con però un cantato pulito ed una tensione melodica dagli arrangiamenti molto curati e ricchi di gusto, contarppuntati da tastiere mai invadenti, che sottolineano come gli In Flames restino un cavallo di razza, capace di composizioni dinamiche, mobili e assolutamente trascinanti. “Enter Tragedy” non aggiunge nulla al lato duro della proposta, risultando però credibile e spigolosa, oltre che rivolta a chi ama il modern metal degli In Flames recenti e caratterizzata da un ottimo assolo. “Jester's Door”, nonostante il titolo sembri prometterlo, non è un ritorno alla tradizione del passato, ma una sorta di interludio recitato e d'atmosfera che ci accompagna su un ritmo elecrto-industrial a “A New Dawn” che nei suoi quasi sei minuti di durata evidenzia due facce dello stile degli In Flames: una usuale melodica ma dura e d'impatto, ed una dall'ampio respiro orchestrale, di grande atmosfera epica, vibrante e drammatica, ricca di cambi di tempo e di aperture evocative. L'inusuale “Liberation” chiude il platter all'insegna di una deriva al limite del pop, tutta effetti ed elettronica, dal grande flavour melodico innervato di chitarre distorte, che certamente potrà portare nuovi fan, risultando però lontana dallo stile a cui il gruppo ci ha abituati...

Vincenzo Barone

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Sounds Of A Playground Fading – 00:04:43
Deliver Us – 00:03:31
All For Me – 00:04:31
The Puzzle – 00:04:34
Fear Is The Weakness – 00:04:04
Where The Dead Ships Dwell – 00:04:27
The Attic – 00:03:18
Darker Times – 00:03:25
Ropes – 00:03:42
Enter Tragedy – 00:03:59
Jester's Door – 00:02:38
A New Dawn – 00:05:52
Liberation – 00:05:13