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L'esordio dei Megadeth di Dave Mustaine, datato 1985, mette in evidenza l'urgenza che quest'ultimo aveva nell'ottenere la sua rivalsa sonora nei confronti dei Metallica, dai quali era stato brutalmente buttato fuori nel 1983 a causa dei suoi eccessi con alcol e droga e del suo brutto carattere che lo poneva troppo spesso in contrasto con James Hetfield. Certamente maggiore calma ed un budget più ampio per immettere sul mercato questo esordio, sarebbero stati utili a renderlo un must assoluto nella storia mondiale del thrash metal, ma il risultato finale è stato nel tempo apprezzato e rivalutato in modo appropriato, per fortuna.

La fortuna “riflessa” di questo platter fu, a suo tempo, dovuta per metà all'indubbio valore del materiale proposto e per l'alta metà al mare di polemiche coi Metallica che precedette la pubblicazione di “Killing...”. Oggi quei tempi sono solo un lontano ricordo ed approcciare questo disco è divenuto piacevole e interessante a prescindere dal gossip più o meno metallico.

Un esordio di relativamente breve durata (una mezz'ora nell'edizione originaria, poi per fortuna rimpolpata da interessanti bonus), che mette in luce una band di musicisti molto preparati tecnicamente impegnata nell'esecuzione di brani speed/thrash tutt'altro che elementari e lineari, ma anzi arricchiti da arrangiamenti e dinamica decisamente sopra la media. Il desiderio di vendetta del burbero Mustaine prende così forma attraverso un lotto di brani di non facilissima assimilazione, votati ad un furioso thrash tecnico, sparato spesso a velocità proibitive per l'epoca. Dalle ritmiche agli assoli, dal cantato allo sviluppo di ogni singolo pezzo, ecco che i Megadeth si fanno largo senza alcun timore reverenziale, ritagliandosi immediatamente un seguito ed una credibilità ben più solidi e ricchi di meriti “derivativi” di quanto ogni eventuale detrattore avesse potuto immaginare. Thrash d'alta scuola, suonato sì con rabbia, ma seguendo dettami esecutivi ben lontani dall'essere lasciati al caso, arrangiato con mestiere e figlio più delle grandi capacità esecutive del quartetto che della cieca furia vendicativa del leader e fondatore.

“Last Rites/Loved To Death” apre le danze mettendo subito in luce una certa voglia di sorprendere, lanciandosi in un territorio ritmico a dir poco accidentato, nonostante la velocità sia molto sostenuta e la voce di Mustaine si riveli acida e graffiante, come il genere richiede. Cambi di tempo, riff non numerosi ma intricati ed un songwriting roccioso, rendono il brano al contempo di grande impatto e di non immediata assimilazione, arricchito da un assolo di chitarra che si fa largo con mestiere. Un ibrido suggestivo, che mette subito le carte in tavola con la concorrenza più o meno preoccupata di questa nuova realtà con cui fare i conti.

La title-track rallenta inizialmente la velocità ma non certo la contorsione dei riff o dei vari passaggi strumentali, mentre la voce si fa più cattiva e ghignante, nello stile nasale che diverrà la caratteristica  principale dello stile vocale di Mustaine. Il ritornello, sparato su velocità sensibili, si stampa nella mente al primo ascolto, mettendo in luce potenzialità di sviluppo notevoli in tal senso per una band comunque al suo esordio. “The Skull Beneath The Skin” procede su un sentiero dinamico intricato, inanellando una serie di riff niente affatto elementari ed un solismo mai esasperato, ma certamente ricco di personalità. La band mostra capacità tecniche affatto trascurabili, sciorinando un thrash maturo ed adulto, ben lontano stilisticamente da quanto portato avanti dal gruppo d'origine del fondatore dei Megadeth. “Rattlehead” riprende il sentiero della velocità sostenuta, ribadendo la preparazione tutt'altro che dozzinale dei suoi esecutori ed evidenziando un songwriting vario e curato, mai lasciato al caso, ma concentrato sul fare bella mostra di se senza temere confronti imbarazzanti. Un degno manifesto del suono dei Megadeth e del loro stile così peculiare e, a suo modo, élitario. Il solismo del leader si fa apprezzare ma senza risultare troppo invadente, per un risultato finale ancora una volta ben sopra la media e di grandissimo gusto tecnico e d'impatto. La breve “Chosen Ones”, l'unica del lotto sotto i tre minuti, gode di una linearità che non deve trarre in inganno, visto che è anch'essa costruita cucendo insieme riff e cambi per nulla elementari. Il brano è un mid tempo dinamico e molto mobile, impreziosito da un ottimo assolo e dal cantato così riconoscibile del leader della band, oltre che da incursioni di basso davvero notevoli.

Con “Looking Down The Cross” il gruppo sembra guardare avanti, creando un brano che se fosse stato scritto cinque anni dopo non si sarebbe meravigliato nessuno. Vario e diversificato, giocato su tempi medi, si fa notare per la prova vocale, molto interpretativa sebbene non arrabbiata come in altri pezzi, gestita con un piglio melodico decisamente credibile e ben riuscito che culmina in un ritornello efficace e di ottimo gusto.

Con un caratteraccio come quello che si ritrova Dave Mustaine, poteva mancare nell'esordio dei suoi Megadeth il confronto diretto con i “cattivi” Metallica? Certo che no, ed ecco che “Mechanix” esplode nella sua dinamica potenza! Si tratta nient'altro che di una versione velocizzata e col testo cambiato di “The Four Horsemen” dal primo album del gruppo di James Hetfield, eseguita senza una sbavatura e con una parte di batteria mobile e aggressiva come mai Ulrich sarebbe capace di fare! La cover del classico di Nancy Sinatra “These Boots”, prima inclusa, poi tagliata a causa delle modifiche scurrili al testo apportate dallo spiritosissimo Mustaine, ed infine inclusa definitivamente nella scaletta delle edizioni successive di “Killing...”, è un divertissement sparato a mille che nulla aggiunge né toglie in verità a questo esordio, sebbene ancora una volta metta in evidenza le doti tecniche del quartetto (Chris Poland alla chitarra, David Ellefson al basso e Gar Samuelson alla batteria, oltre che al citato Mustaine in veste di chitarrista/cantante) e la notevole capacità di saper rendere credibilmente thrash un brano stilisticamente così lontano.

Le versioni demo di “Last Rites/Loved To Death”, “Mechanix” e “The Skull Beneath The Skin” completano ed arricchiscono un platter che volente o nolente ha fatto la storia, regalando tre gemme per collezionisti agli appassionati della band, che potranno così ascoltare i propri beniamini eseguire i detti brani con una carica ancora più accentuata e diretta.

Vincenzo Barone

 
 

Last Rites – 00:00:51
Loved To Death – 00:03:48
Killing Is My Business... And Business Is Good – 00:03:06
Skull Beneath The Skin – 00:03:47
Rattlehead – 00:03:43
Chosen Ones – 00:02:54
Looking Down The Cross – 00:05:01
Mechanix – 00:04:24