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La parabola iniziale della carriera di questa band di Seattle, fondata dopo lo scioglimento dei Sanctuary avvenuto nel 1992, tocca il suo indiscutibile apice con "Dead Heart In A Dead World" (2000), quarto album del gruppo e testimonianza di una maturazione che ha posto i Nevermore fra le realtà più competitive, serie e credibili del metal del nuovo millennio. Non solo quindi un classico nell'ambito della discografia della band, ma senza alcun dubbio un lavoro-manifesto di un intero movimento, un caposaldo inossidabile del concetto di Heavy Metal 2.0 duro e puro, eppure innervato di una modernità e di un piglio aggiornato ed aperto, di una attualità solida e ricca di atmosfere diverse e sfaccettature ricercate e fuori da catalogazioni di sottogenere ascrivibili semplicemente al thrash o al power americano. Solidi e massicci, i Nevermore si fanno prepotentemente strada fra le prefereze sì dei puristi, ma anche di coloro che dalla musica che più amano si aspettano anche dinamiche variegate e potenza non asservita all'impatto figlio esclusivamente della velocità di esecuzione. Ridotti a quartetto dopo la defezione del chitarrista Tim Calvert, uscito dai giochi perchè non più disposto a dedicare alla band tutto il tempo necessario, i nostri si lanciano con questo album in un avvincente dedalo di soluzioni compositive anche tortuose, ma mai cervellotiche o autocelebrative, mostrando uno stato di forma davvero invidiabile e competitivo a livello internazionale. Il riff circolare ed avvolgente di "Narcosynthesis" apre le ostilità fondendo mirabilmente aggressività e melodia, dipanandosi presto fra cambi di tempo ed aperture tipiche dello stile a cui i Nevermore ci avevano abituati nelle prove precedenti, ma con in più un certo accentuato tocco oscuro, un più che vago profilo drammatico poggiato su una interpretazione vocale da parte di un Warrel Dane davvero sugli scudi, in un brano dall'approccio alle soglie di un certo power/thrash "colto", impreziosito da un andamento che alterna strappi violenti ad aperture dalla profonda solennità melodica. Le sconfinate capacità interpretative del vocalist si esaltano ancora di più nella successiva "We Disintegrate", mobile e sostenuta, caratterizzata da improvvise aperture fortemente drammatiche ed ispirate, sorrette dai continui trasformismi fonici di Dane, capaci di risultare morbidi e carezzevoli ed un attimo dopo di lacerare a fondo, e da un songriting che sfocia in un finale dal gusto quasi mediorientale. "Inside Four Walls" irrompe poderosa e diretta, per poi avvolgersi in un percorso roccioso e ricco di entusiasmanti asperità diversificate. Il ritmo sincopato ed urgente non impedisce alla chitarra di Jeff Loomis di ritagliarsi parti soliste sempre tecnicamente sopraffine e dal grande appeal melodico, mentre la sezione ritmica insegue se stessa senza mai abbandonarsi alla linearità, ma non perdendo mai un briciolo della sua possanza chirurgica. Il velo di angoscia sospesa, dal respiro vagamente doomeggiante, di cui si accennava sopra, si manifesta apertamente in "Evolution 169" che, nonostante una parte vocale votata alla melodia, si cala a fondo nei meandri più oscuri della creatività del gruppo, che dipinge un affresco doloroso dal grande potenziale evocativo. Un arpeggio delicato introduce "The River Dragon Has Come", sempre intrisa di una tristezza rarefatta, di una drammaticità intensa e sepeggiante che però non impedisce alla chitarra di cucire una serie in continuo mutamento di riff che si rincorrono e sovrappongono con un gusto davvero rimarchevole. "The Heart Collector" si impone come una semi-ballad dalle forti connotazioni elettriche, con un Dane che definire superlativo è davvero poco, per un brano dal respiro epico tra le gemme più brillanti dell'intero lavoro. "Engines Of Hate" respira thrash e lo elabora nell'ottica Nevermore, inscenando rappresentazioni claustrofobiche senza pietà, prima della sorprendente cover di "The Sound Of Silence", resa incredibilmente dura e cattiva nella rivisitazione del quartetto, che ne fa un pezzo al 100% coerente col proprio stile. "Insignificant" volteggia quale seconda semi-ballad dell'album, ma è talmente pregna di angoscia e pathos, da non mostrare alcun lato dolce, risultando anzi aspra e tagliente alla stregua dei pezzi più duri. La coppia di brani che chiude il disco, "Believe In Nothing" e la title-track, toccano l'apice tecnico-compositivo di un grande album, mostrando i Nevermore in tutta la loro maestria compositiva e nella loro capacità di trasformismo e dinamica all'interno di uno stesso pezzo, restando legati alla melodia ed alla durezza allo stesso tempo. Un picco assoluto di una intera carriera ed un lavoro imperdibile, senza "ma" e senza "se". Vincenzo Barone

 
 

Narcosynthesis – 00:05:31
We Disintegrate – 00:05:11
Inside Four Walls – 00:04:39
Evolution 169 – 00:05:51
The River Dragon Has Come – 00:05:05
The Heart Collector – 00:05:55
Engines of Hate – 00:04:42
The Sound of Silence – 00:05:13
Insignificant – 00:04:56
Believe in Nothing – 00:04:21
Dead Heart in a Dead World – 00:05:06