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LA RECENSIONE DI THE PLAGUE WITHIN

Abbastanza movimentato ed imprevedibile il cammino artistico dei Paradise Lost che partì nel lontano 1988 sulla base di un gothic metal già evidentemente tendente al melodico, per poi affrontare nel corso degli anni ripetuti cambiamenti ed evoluzioni. Nel 2015 T”he Plague Within” confermò la sensazione che la band volesse riposizionarsi in un ambito gothic doom memore delle esperienze accumulate e del percorso artistico fatto. Ecco perché delle bands inglesi i Paradise Lost sono quelli che più si avvicinano alla scuola svedese, ed in questo lavoro se ne coglie la più pura essenza. “”An eternity of lies” santifica esattamente questo concetto, con un netto riposizionamento ed un ritorno alle origini,sempre sulla scorta di un sound d’insieme decisamente potente. “TPW” è un disco volutamente crudo, che vuole recuperare la furia sonora ed un cantato molto aggressivo e vuole spingersi anche oltre, in ambiti dove i Paradise Lost non hanno mai varcato nettamente i confini. “Punishment trhough time” e “No hope in sight” sono probabilmente i due brani che meglio rappresentano questo stato dell’arte. E’ come se la band di Nick Holmes abbia voluto completare un percorso di crescita ed evoluzione delle radici doom, che nel corso della storia della formazione britannica si era naturalmente interrotto per approfondire altre correnti musicali, altre evoluzioni. Lo fanno con la consapevolezza di essere una band matura, dopo 27 anni di attività ed una credibilità straconfermata nel tempo. “Beneath Broken Heart” è un altro fulgido esempio di evoluzione, dove il gotico si mescola al virtuosismo delle chitarre di Greg McIntosh , dove i Paradise Lost di ieri l’altro si mescolano a quelli di oggi, passando per gli anni 2000, quando il loro sound era decisamente meno estremo degli inizi e di ora. Il tutto con una linea di continuità che evidenzia l’elevato livello tecnico e compositivo del gruppo. “Sacrifice The Flame” ci conduce ad una seconda parte del disco, dove i ritmi sembrano rallentare ed il cantato si fa evocativo, maestoso, individuando un’ennesima mescola musicale, una nuova alchimia di suoni che ricorda sempre più la scuola di Gotheborg. “Victims of the past” con le sue chitarre ipnotiche in un’esaltazione del doom”Flesh from bone” è una fiammata finale, che rinvigorisce e ricorda la forza devastante di questo gruppo, che decide di spingere sull’acceleratore. “Cry out” e “Return to the Sun” due altre ennesime facce della stessa medaglia. “The Plague within” è un album controverso nella sua magnificenza. Back to the roots nella maniera più fedele alle radici che si potesse pensare di avere, ma è anche un disco molto ben prodotto con un suono crudo e non troppo lavorato.

Paolo Maiorino

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No Hope in Sight – 00:04:54
Terminal – 00:04:28
An Eternity of Lies – 00:05:58
Punishment Through Time – 00:05:13
Beneath Broken Earth – 00:06:09
Sacrifice the Flame – 00:04:42
Victim of the Past – 00:04:29
Flesh From Bone – 00:04:19
Cry Out – 00:04:31
Return to the Sun – 00:05:44