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LA RECENSIONE DI THE BLACK CROWN

La terza prova, il disco numero tre nella discografia, è da molti considerato il punto nodale nella carriera di una band. Dopo l'esordio sulle ali dell'entusiasmo e che raccoglie un po' il meglio della gavetta pre-contratto ed un secondo lavoro generalmente di assestamento, la terza uscita dovrebbe segnare la maturazione definitiva, il reale livello del valore del progetto, lasciandosi definitivamente le scorie dell'inesperienza alle spalle ed addentrandosi nel vivo del proprio percorso artistico, concettuale e compositivo.

“The Black Crown” è il terzo capitolo della storia discografica del quintetto deathcore statunitense dei Suicide Silence e decisamente sembra rientrare nello schema di cui sopra, mettendo in evidenza uno stile fedele alla linea, ma nitido e ricco, pesante e d'impatto come il genere comanda, ma dinamico e credibile. In una parola: maturo.

Nessun cedimento e nemmeno fanno capolino innovazioni rivoluzionarie, ma in questo disco si rinforzano tutti i crismi che hanno reso una band promettente una gradita realtà, competitiva ed in grado abbondantemente di dire la sua. I cinque di Riverside macinano il loro estremismo fonico con grande disinvoltura tecnica e sulla scorta di un songwriting diretto e potente, nella maniera ultraheavy ed ottimamente prodotta che un gruppo di primo livello deve essere in grado di fornire ai suoi fruitori. Niente derive melodiche o smussamenti da classifica, ma brutale e diretto deathcore moderno, breakdown dipendente, eseguito con grande padronanza e supportato da brevi assoli mai fuori posto e dalla prova vocale selvaggia e graffiante di Mitch Lucker, tragicamente scomparso dopo la pubblicazione di quest'album in un incidente motociclistico, sostituito poi dall'ex-All Shall Perish Eddie Hermida.

“Slaves To Substance” irrompe furiosa erigendosi a manifesto ideale dello stile propugnato dal gruppo, alternando strappi blast beat a breakdown pesantissimi su cui la voce sbraita impietosa i suoi slogan aggressivi. Ottimi riff si susseguono a raffica, macinando soluzioni diversificate ed arrangiamenti tutt'altro che lasciati al caso, mentre una sottile linea di tastiera rende il tutto più solenne e massiccio. Buone armonie di chitarra impreziosiscono il tutto innervando il muro sonoro di ricercati ricami ritmici. “O.C.D.” sceglie la strada della pesantezza, la voce si concede anche un growl più gutturale oltre che lo sgraziato screaming abituale, in una poderosa alternanza di cambi di tempo e strappi tirati senza soluzione di continuità. Ottimo il profilo hardcore che sa fondersi mirabilmente agli spigoli death della veloce “Human Violence”, acuminata e letale, che farà certamente sfracelli dal vivo. Un assolo di chitarra fa capolino compresso in un dedalo ritmico dal quale è impossibile fuggire, nonostante i due rallentamenti di grande atmosfera presenti nel pezzo.

“You Only Live Once” gode di un crescendo intenso e maestoso, giocato su un tempo lento che va via via accelerando per poi ripiegarsi in breakdown mortiferi e apocalittici, squarciati dalle urla belluine e feroci della voce. “Fuck Everything” parte pachidermica e pesante su ritmiche stoppatissime a mitraglia per poi accelerare a strappi alternati che regalano una sensazione di soffocamento e di claustrofobico terrore, che sfocia in una apertura solo momentanea prima di rituffarsi nel vortice deathcore rallentato ultraheavy. Il riff teso di “March To The Black Crown” avanza sinuoso caricandosi di furia cieca in quello che non è altro che un interludio prima di tuffarsi in “Witness The Addiction”, l'episodio più lungo dell'album, mazzata pesantissima che si dipana su un tempo medio solo apparentemente tortuoso, trapuntato di riff diversificati e tesi, che sfocia poi nel ritornello melodico affidato all'ospite di lusso Jonathan Davis dei Korn. A compensare in brutalità irrompe “Cross-Eyed Catastrophe”, veloce e piena di breakdown, arricchita da sottili linee melodiche vocali femminili che fanno da suggestivo contrasto allo screaming/growl tormentato di Lucker, mentre il muro sonoro assume a tratti connotazioni propriamente death. La produzione davvero mostruosa e i sempre efficaci spunti chitarristici sono caratteristiche che, insieme alla pur prudente ricerca di variazioni sul tema, rendono questo platter ricco e interessante, segno tangibile della innegabile maturazione di cui si accennava in apertura, del tutto messa a fuoco dal quintetto in esame.

Un violento vortice di impatto e velocità caratterizza “Smashed”, che mantiene la promessa insita nel titolo e si rivela un assalto esplosivo capace di vincere ogni tentativo di resistenza. Un buon assolo fa da ponte verso una fase rallentata sorretta da una doppia cassa davvero micidiale e la presenza dell'ospite dei Suffocation Frank Mullen, regala un duello di inusitata brutalità vocale. Ci si avvicina alla fine con “The Only Thing That Sets Us Apart”, ennesimo esempio di come i Suicide Silence sappiano gestire con grande gusto e mestiere gli aspetti più diversi del genere che portano avanti, inscenando una imponente trincea mid tempo, di tanto in tanto illuminata da brevi arpeggi melodici non distorti, ma cupa e opprimente, tratteggiata da una prova vocale diversificata, oscillante dal cupo rantolo growl all'urlo rabbioso in screaming. “Cancerous Sky” chiude il disco in maniera maiuscola, fornendo un esempio poderoso e muscolare di potenza fonica, creando un impatto agghiacciante, capace di alternare tutti i principali binari stilistici che fanno della proposta degli americani e di questo lavoro in particolare un must per gli aficionados del genere deathcore.

(Vincenzo Barone)

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Slaves to Substance – 00:03:27
O.C.D – 00:03:19
Human Violence – 00:03:47
You Only Live Once – 00:03:12
Fuck Everything – 00:04:33
March to the Black Crown – 00:01:30
Witness the Addiction – 00:05:32
Cross-Eyed Catastrophe – 00:03:25
Smashed – 00:03:06
The Only thing That Sets Us Apart – 00:04:10
Cancerous Skies – 00:03:14