Sonymusic-Centurymedia

wildhoney-re-issue-2016

LA RECENSIONE DI WILDHONEY

Il disco della svolta. Con “Wildhoney” i Tiamat hanno cambiato faccia, abbandonando lo stile death/doom degli esordi e scegliendo di votare il proprio sound ad atmosfere ben diverse, vicine a sperimentazioni pinkfloydiane, alla new wave, all'elettronica, alla musica ambient, alla psichedelia, a rifiniture di natura quasi folk. Si Intraprende un sentiero nuovo, coraggioso e sperimentale, scelta per cui non sono mancati gli strali e le accuse di tradimento, ma che ha aperto la strada ai Tiamat verso una credibilità ed un peso del tutto inediti ed inaspettati. Il fenomeno della metamorfosi - che ha colpito anche nomi del calibro dei nostrani Novembre, degli Ulver, degli Anathema, dei Paradise Lost, dei Theatre Of Tragedy, dei Moonspell, dei Katatonia, giusto per fare degli esempi – ha caratterizzato la carriera e il percorso artistico di realtà che comunque avevano già in precedenza saputo mettere in luce grandi potenzialità in tal senso, innervando i suoni primevi di un qualcosa di diverso, di fuori dagli schemi, di innovativo. I Tiamat del talentuoso Johan Edlund si sono posti in prima fila, cavalcando questo movimento di trasformazione da primi della classe, mutando la loro proposta musicale dalla durezza a suo modo scolastica degli esordi death metal, via via verso uno stile dal respiro ampissimo, dal grande valore evocativo, dai tempi dilatati e dagli arrangiamenti preziosi, pregni di malinconia ed introspezione, di dubbi e di ricerca.

La scelta di rendere i brani che compongono questo disco una sorta di suite ininterrotta, fondendoli come in una sinfonia caratterizzata da una serie di movimenti, bene evidenzia quanto la profonda diversità di una realtà come i Tiamat abbia saputo osare, sfidando ogni convenzione ed ogni barriera stilistica in un ambito, quello metal, che non manca di una sua certa rigidità, specie in ambito estremo. Tastiere eteree si fanno così largo in atmosfere di ampio respiro, in dilatazioni ambientali avvolgenti ed ipnotiche, dove la voce di Edlund resta forse l'unico legame evidente con il passato, restando a tratti ancorata a toni ruvidi e rochi eredità dei primi passi della band.

Era il 1994 e la pubblicazione di “Wildhoney” segnò un momento di svolta, rivelando l'esistenza di una corrente “illuminata” figlia sì delle sonorità più estreme, ma capace di aprirsi ed esplorare, di lanciarsi senza timore nei paludosi territori della sperimentazione e della contaminazione, col coraggio di chi ha talento e non ha timore di perdersi o mutare pelle.

Il viaggio ancestrale comincia con la breve intro che da il titolo all'album, capace subito di trasportare l'ascoltatore su un piano differente, trasognato e malinconico, strettamente legato ai misteri ed alle forze della natura. Esplode poi “Whatever That Hurts”, compendio delle passate sonorità della band e mirabile apertura verso il nuovo universo targato Tiamat, grazie al sapiente alternarsi di momenti poderosi e di aperture atmosferiche trasognate e bucoliche. Testi visionari trapuntano il nuovo corso artistico di Edlund e Soci, regalando una prova emotivamente trascinante, vibrante e progressiva, che riesce a fondere gli spigoli del passato con la brezza profumata del presente, come una dolce carezza data con la mano avvolta in una armatura. Suoni di tastiera, affidata alle sapienti mani di Waldemar Sorychta, che si è occupato anche della produzione, arricchiscono il tutto ed, anzi, ne diventano il nerbo, il perno portante su cui dipanare le criptiche narrazioni dei testi. “The Ar” irrompe senza soluzione di continuità, proseguendo con coerenza e gusto quanto inscenato dal primo brano, ma impreziosendo ancora di più il sound grazie a voci femminili che regalano un tocco fatato all'incedere tra lo psichedelico e l'epico del brano. E' un metal nuovo, élitario, di classe, ma senza elucubrazioni tecniche: giocato su atmosfere e alternanze emotive, potente ed evocativo, suadente ma incisivo, maestoso ma ricco di delicatezza. “25th Floor” è una sorta di interludio ambient ricco di suoni e rumori, quasi una preparazione ai limiti del cinematografico alla solenne pacatezza – contraddizione solo apparente – di “Gaia”, lenta e maestosa, quasi una celebrazione alle forze della natura, ricca di melodia malinconica, di suadente forza onirica. Il “miele selvatico” non poteva trovare incarnazione più verosimile delle sonorità dei “nuovi” Tiamat, che tirano fuori dal cilindro la fascinazione della forza racchiusa in un'aura sacrale che ipnotizza, che culla in una presa possente, fatta di tastiere e chitarre e da un tempo di batteria lento e possente. Un arpeggio introduce “Visionaire” che si muove sinuosa tenendo nel giusto equilibrio tastiere delicate e chitarre possenti, mentre la voce di Edlund si fa meno calda e ben più death, in un pezzo dalle melodie suggestive e dagli arrangiamenti accattivanti. Tra trasformismi vocali che arrivano quasi alla narrazione, il tutto si spegne in un tuono e nel paesaggio bagnato dalla pioggia di “Kaleidoscope” che ci accompagna verso la gemma “Do You Dream Of Me?”, una sorta di nenia dolce e infantile dalla grande enfasi narrativa, a metà strada tra un folk delicato e un delicato madrigale della buonanotte, impreziosito da un assolo di chitarra acustica davvero di gran gusto. Il brano si scioglie poi in “Planets”, uno strumentale di grande respiro, dall'atmosfera rarefatta che ispira pace ed invoglia a contemplare la bellezza del cielo stellato. Un ambient giocato su chitarra e tastiere molto bene arrangiato e credibile. Chiude il disco “A Pocket Size Sun” una dissertazione dalle reminiscenze Pink Floyd ai limiti del progressive più lento e dilatato e dal gusto forse meno intenso di tutto il resto del platter, ma che mette in luce altri sentieri da percorrere, magari in futuro...

Vincenzo Barone

amazon button

 
 

Wildhoney – 00:00:53
Whatever That Hurts – 00:05:48
The Ar – 00:05:05
25th Floor – 00:01:50
Gaia – 00:06:27