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WOLF

 

WOLF

 

Innamorati dell'Heavy Metal più classico, in pieno stile anni '80, i Wolf hanno in gran parte anticipato l'attuale tendenza alla riscoperta delle sonorità old fashioned in ambito metal, scendendo sul piede di guerra fin dal 1995.

Fondati a Orebro dal cantante/chitarrista Niklas Stalvind (ex Slaughtercult), dal bassista Mikael Goding e dal batterista Daniel Bergkvist, i Wolf si lanciano immediatamente nella mischia chiarendo di non avere nulla a che fare con il metal moderno, con le innovazioni fuori stile, con le contaminazioni di vario genere, ma di essere i nuovi alfieri della fiamma che ha reso grandi i Judas Priest, gli Iron Maiden o gli Accept.

Ecco la riproposizione della ricetta classica senza la volontà di voler riscrivere le regole del gioco, ma il tutto creato con grande gusto e talento, non risultando affatto dei meri cloni senz'anima, ma anzi evidenziando una grande personalità, esattamente come se i Wolf fossero venuti fuori nella metà degli anni '80, cullati da Mercyful Fate e Cloven Hoof. Gli svedesi giungono al debutto nel 1999, dopo aver realizzato tre demo (fantasiosamente intitolati "I", "II" e "Demo '98") con l'album omonimo, che fa subito guadagnare loro credito fra i defender di tutto il pianeta, regalando una boccata di sano e puro heavy metal a chi era stanco di etichette e sotto-etichette stilistiche, vedendo le recensioni attrezzarsi di parole come "classico", "tradizionale", "roccioso", "tipico", "intramontabile" o "immortale". Il passare degli anni lascia quale unico membro superstite della line up originale proprio il cantante e chitarrista Stalvind, che con la sua ugola capace di vette altissime e di una epicità ideale per le coordinate sonore scelte, risulta forse il fattore di riconoscibilità maggiore per la band, oggi completata da Anders Modd (ex Tad Morose) al basso, da Richard Holmgren alla batteria e dal chitarrista Simon Johansson (ex Abstrakt Algebra). Dopo l'ep "Moonlight" (2001), la band pubblica il suo secondo lp "Black Wings" (2002) e si imbarca in una intensa attività live che la porterà a dividere il palco anche con i classicissimi Saxon: un autentico traguardo e certamente un momento di autentica celebrazione per il verbo del metal propriamente detto. Nel 2004 arriva "Evil Star" e per i quattro scandinavi è praticamente il riconoscimento internazionale vero e proprio, mettendo in luce un talento compositivo di tutto rispetto ed assolutamente credibile, affatto vittima di immobilismo o di scontatezza. Prova vocale sempre sugli scudi, grandi cori epici e memorizzabili da cantare a squarciagola dal vivo, begli assoli melodici e mai invadenti, ritmiche potenti e precise ed un riffing che teletrasporta magicamente nel periodo aureo del metal classico che più classico non si può. "The Black Flame" (2006) ripete la formula con sempre rinnovato vigore, fornendo l'ineccepibile prova che i Wolf non siano un fuoco di paglia, ma abbiano molte frecce al proprio arco e possano permettersi anche di sfoggiare magliette che vanno dai Thin Lizzy ai Morbid Angel (!!!) senza rischiare di sembrare anacronistici o contraddittori. L'heavy classico mette da sempre tutti d'accordo. Chitarre flying V, mani cornute, borchie, jeans e cartuccere sfoggiate con l'immancabile corredo di capelli lunghi (com'era un tempo), completano il quadro dei Wolf che, senza grandi proclami, si sono ritagliati uno spazio di tutto rispetto in una scena che, per insistere troppo sulle novità, forse ha un pochino scordato il valore della tradizione. "Ravenous" (2009) si attesta sulla posizione dei precedenti, mostrando però un progressivo moglioramento sia tecnicamente parlando che in fase di songwriting che, pur non cambiando le carte in tavola, sa miscelare gli stessi ingredienti con sapiente mano di chef, regalando sapori d'alta scuola ma sempre lontani dalla nouvelle cuisine. Non si va mai troppo lenti e nemmeno troppo veloci, fornendo prove potenti e dirette, mai lontane dal seminato ma in grado di entusiasmare proprio per questo. "Legions Of Bastards" (2011) picchia sodo col suo "metallone" che gigioneggia tra speed, epic e power, flirtando con tutti, ma saldamente ancorato all'idea di base, così piacevolmente trascinante. Gli assoli sono gustosi e solari, così ricchi di melodia da sembrare davvero usciti dalla macchina del tempo. "Devil Seed" (2014) è di nuovo su livelli ottimali, confermando la buona impressione fatta ai fan di vecchia data, anche anagrafica, ma aggiungendone sempre di nuovi grazie a cavalcate di doppia chitarra tanto care ai "paparini" Judas e Maiden e ad una prova vocale ancora una volta sugli scudi.

 

Vincenzo Barone