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SHADOW GALLERY

 

SHADOW GALLERY

 

Gli americani Shadow Gallery incarnano alla perfezione il concetto più aulico del termine progressive metal, quello più intriso di influenze classiche e suonato con un gusto ed una maestria che non lasciano spazio a discussioni di sorta.

Fondati in Pennsylvania (Stati Uniti) nel 1985 per iniziativa del bassista Carl Cadden-James, iniziano la loro attività sotto la denominazione Sorcerer e si occupano più che altro di cover difficili da suonare, di artisti come Malmsteen e Rush. La formazione conosce qualche naturale scossone e, presa la decisione di dedicarsi a materiale originale, avviene il cambio di nome in Shadow Gallery, denominazione che trae ispirazione dalla novella a fumetti "V per Vendetta" di Alan Moore. Pur non rincorrendo spasmodicamente un contratto discografico (ottenuto ben 7 anni dopo la fondazione del gruppo) viene realizzato un demo di 8 tracce, subito notato da Mike Varney che fa ottenere loro un accordo con la Magna Carta, etichetta specializzata in progressive e che già aveva curato l'esordio dei Magellan. E' il 1992 quando finalmente vede la luce l'esordio che porta il nome stesso della band, che però necessita ancora di trovare una sua più affidabile stabilità a livello di formazione, visti i numerosi impegni principali di alcuni dei suoi membri, nella vita impegnati nel ruolo di turnisti, insegnanti di musica o più semplicemente di titolari o ingegneri del suono in studi di registrazione. Un paio di innesti importanti, tra cui quello del chitarrista/tastierista Gary Wehrkamp, e la band è pronta per realizzare e pubblicare il secondo album, "Carved In Stone" (1995), un magniloquente manifesto non solo di capacità tecniche e compositive decisamente fuori dal comune, ma anche di un gusto sopraffino per un songwriting ricercato e di gran classe, che rende la proposta del quintetto davvero sopra le righe. Lunghe dissertazioni strumentali fanno da contraltare alle immense doti vocali del singer Mike Baker, che muove la sua interpretazione fra affreschi strumetali che hanno la forza di richiamare alla mente di chi ascolta nomi del calibro di Dream Theater, Rush, Pink Floyd, Queensryche, Styx, Yes, Fates Warning, Symphony X ed anche Queen, dei quali evocano la grandeur e la forza emotiva trascinante e unica. Contingenze sfortunate ed impegni non conciliabili, impediscono al gruppo di esibirsi dal vivo a supporto dei primi due album. Nel 1998 è la volta di "Tyranny" di deflagrare in tutta la sua possanza, in un entusiasmante sovrapporsi di eccelsi virtuosismi che si intrecciano ed inseguono senza soluzione di continuità, tra immagini ai limiti della colonna sonora in un concept sulla guerra e sull'industria bellica che nulla lascia al caso e per inscenare il quale accorrono numerosi ospiti esterni come James LaBrie, D.C.Cooper, Paul Chou o Laura Jeager ad impreziosire ancora di più un'opera pressoché pefetta. "Legacy" (2001) cerca di inerpicarsi su un sentiero più guitar-oriented e quindi più "semplicemente" heavy (con le dovute proporzioni, visto di chi stiamo parlando), risultano forse meno ispirato degli lp che lo hanno preceduto, ma rimanendo saldamente nei confini di una eccellenza impossibile da negare. In "Room V" (2005) viene proseguito e completato il concept iniziato in "Tyranny", mantenendo intatto il feeling e la grandeur del primo capitolo ed anzi amplificandone le soavi armonie e la sopraffina ricercatezza, con un mestiere ed un talento che cancellano in un attimo i ben 7 anni intercorsi fra il primo ed il secondo atto della storia, seppur inframezzata nell'intervallo da "Legacy". Nell'ottobre del 2008 il cantante Mike Baker muore strocato da un infarto a soli 45 anni e le voci di uno scioglimento si fanno sempre più insistenti e preoccupate da parte dei fan degli Shadow Gallery che però, nonostante la tragica perdita, vengono consolati in un comunicato della band che annuncia la prosecuzione dell'attività e la lavorazione di un nuovo album. E' Brian Ashland il prescelto a sostituire il povero Baker dietro al microfono, "Digital Ghosts" (2009) il nuovo lp ad impreziosire una discografia che non conta alcun passo falso e finalmente ad ovviare all'increscioso limite delle mancata attività concertistica. La ricerca melodica della band continua senza cedimeni e, nonostante la voce del nuovo arrivato sia più simile a quella di un giovane Geoff Tate dei Queensryche che a quella di chi lo ha preceduto, il risultato finale si fa apprezzare per coerenza e, a prescindere, livello generale tecnico-compositivo ancora una volta assolutamente di prim'ordine. Nonostante la fortuna non sembri arridere al quintetto (un incendio ha distrutto lo studio dove provavano e in parte registravano), il futuro non mancherà di pareggiare meritatamente i conti.

Vincenzo Barone