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LA RECENSIONE DI DRAW THE LINE

Situare un lavoro musicale all’interno di una corretta cronologia risulta estremamente utile per poterlo valutare e, in particolare, per poterlo collocare in una precisa cornice temporale. “Draw the line” degli Aerosmith viene pubblicato appena pochi giorni prima di “Saturday Night Fever” dei Bee Gees, che de “La febbre del sabato sera” era la colonna sonora e della disco music sarebbe divenuto un emblema: siamo nel dicembre del 1977. Alcuni mesi prima, a giugno, era stato distribuito “Exodus” di Bob Marley ed il reggae, ormai diffusamente integrato nel sound della scena londinese, come in quella europea e statunitense, era divenuto una realtà non solo commerciale, ma anche culturale. Ad ottobre di quell’anno era poi uscito “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistol” dei Sex Pistols, manifesto punk per eccellenza, da cui molte esperienze musicali si modelleranno e si svilupperanno. Ad agosto era morto Elvis Presley e la musica rock aveva così per sempre perduto il padre fondatore. In quei giorni di grande fermento, dove brillanti ed effervescenti sollecitazioni si fondevano ad innovativi impulsi musicali, viene distribuito “Draw the line”, quinto album degli Aerosmith. Le tracce erano state incise tra il giugno e l’ottobre in un convento convertito in studio poco fuori New York: the Cenacle, per poi essere finalizzate ai Record Plant. A detta degli stessi componenti del gruppo, le registrazioni erano state caotiche, confuse e spesso inconcludenti a causa di un abuso di alcool e droghe divenuto consuetudine e non più vezzo o transitorio apporto energizzante e frastornante. Dal loro esordio nel 1973, gli Aerosmith avevano ormai collezionato vari successi: ‘Dream on’, ‘Train kept A-Rollin’’,’Walk this way’ (versione originale), ‘Sweet emotion’. Ma non solo, il loro più recente lavoro, “Rocks”, era stato estremamente convincente e brani come ‘Back in the saddle’, ‘Last child’, Nobody’s fault’ o la ballad ‘Home tonight’ sarebbero divenuti ispirazione per molti musicisti: Slash dei Guns N’ Roses, Nikki Sixx dei Mötley Crüe, Kurt Cobain si riferiva a “Rocks” come ad uno dei suoi album preferiti. Sia Steven Tyler che Joe Perry, ricordando quel periodo, hanno candidamente ammesso che loro e di conseguenza la band, stavano vivendo un periodo di confusione e smarrimento; avvertivano che un ciclo stava per esaurirsi e chiudersi, e i messaggi e fermenti che provenivano dall’Inghilterra non potevano essere più ignorati anche se ancora il mercato discografico non dava segni evidenti di proposte alternative da intendere come modello. L’anno successivo i Police, i Dire Straits e un’altra miriade di band imprimeranno una velocità ad un cambiamento che forse non aveva avuto simili precedenti, senza dimenticare che i Clash avevano esordito nel 1976 e gli U2 sarebbero presto arrivati. I primi critici dell’album furono quindi gli stessi Aerosmith, a loro fecero eco vari recensori che sottolineavano la scarsa ispirazione del disco, l’immobilità stilistica della band, l’incapacità di Tyler e compagni di immaginare un futuro. In realtà “Draw the line” era un onesto lavoro degli Aerosmith che entrava in collisione con una scena in piena evoluzione: un hard rock espresso con perizia e partecipazione probabilmente non bastava più, sebbene brani come ‘Critical mass’, ‘Get it up’ o ‘Kings and Queens’ poco avevano da invidiare ai loro ormai blasonati precursori sovra citati. A volte, per poter valutare  un album di un gruppo che per anni ha espresso la propria musica consolidandola infine in una proposta originale e riconoscibile, si possono indagare e scomporre le scalette delle varie antologie o box-set ciclicamente assemblati per poi conteggiare letteralmente quanti o quali brani vengono sono stati scelti dalle singole incisioni del gruppo. “Draw the line” contiene nove brani ed almeno cinque di questi hanno fatto parte di cofanetti o semplici best: la percentuale è decisamente positiva. Anche nei live act, i brani ripresi da “Draw the line” hanno periodicamente trovato spazio: non si nega che il lavoro contenga canzoni di maniera o meri esercizi di stile come ‘Sight for sore eyes’, impreziosita però da un assolo di chitarra efficace e decisamente moderno per l’epoca in cui è stato inciso, oppure ‘The hand that feeds’, che certo nulla aggiunge alla musica degli Aerosmith. Eppure, quasi per contrappeso, troviamo una ballata perfetta, sinuosa, accattivante dal titolo ‘Kings and Queens’, e possiamo poi ascoltare un Steven Tyler, perfetto ed ispirato, interpretare la canzone che da il titolo all’album e che l’album apre. E sempre al meglio delle loro capacità, gli Aerosmith affrontano una sorta di traditional come ‘Milk cow blues’, ultima traccia del lavoro che riposta la band in un ambito rock blues e sembra citare, in alcune scelte di arrangiamento, una scena british blues che rimanda soprattutto agli Yardbirds. Divenuto una sorta di classico dopo l’incisione di Kokomo Arnold negli anni ’30, ‘Milk cow blues’ sarebbe poi stato ripreso (a volte con un titolo lievemente alterato) da personaggi del calibro di Elvis Presley, Eddie Cochran, Kinks ed avrebbe successivamente stimolato anche Jerry Lee Lewis, Willie Nelson ed Eric Clapton. Malgrado le critiche e soprattutto le autocritiche, quando Tyler, Perry o il bassista Tom Hamilton, sono tornati a parlare di questo album, il tono era decisamente meno sfavorevole: il chitarrista cita il riff di ‘Draw the line’ come uno dei suoi più riusciti, Tyler si dilunga e si diletta nell’offrire chiarimenti sul testo di ‘Kings and Queens’, mentre il bassista, che è coautore di ‘Critical mass’, e probabilmente l’ispiratore del brano, ne sottolinea l’ottima realizzazione e produzione.

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DRAW THE LINE – 00:03:23
I WANNA KNOW WHY – 00:03:09
CRITICAL MASS – 00:04:53
GET IT UP – 00:04:02
BRIGHT LIGHT FRIGHT – 00:02:19
KINGS AND QUEENS – 00:04:55
THE HAND THAT FEEDS – 00:04:23
SIGHT FOR SORE EYES – 00:03:56
MILK COW BLUES – 00:04:14