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LA RECENSIONE DI NIGHT IN THE RUTS

Una carriera come quella degli americani Aerosmith è chiaro e quasi fisiologico che debba conoscere momenti di crisi, se magari non proprio musicale, diciamo per lo meno umana, ed attraversare queste tempeste sperando di uscirne con meno ossa rotte possibile. Per i Toxic Twins erano tempi duri: gli eccessi portati dal successo e dal denaro cominciavano a farsi sentire e fu proprio nel corso della registrazione di questo "Night In The Ruts" che il giocattolo si ruppe e le strade di Steven Tyler e Joe Perry si separarono, fino all'auspicata reunion del 1984. La tensione si era già fatta palpabile prima di entrare in studio tra droga, auto veloci, denaro e problemi di cuore, e ci si mise pure la casa discografica prima imponendo il cambio di produttore, sostituendo il rodato Jack Douglas con il comunque validissimo Gary Lions, poi interrompendo i lavori di registrazione per spedire la band in tour al fine di generare maggiore curiosità intorno all'album. Il chitarrista Joe Perry ha registrato solo parzialmente le sue parti e quando abbandona baracca e burattini in maniera affatto amichevole, stufo degli eccessi del cantante, nel bel mezzo delle date live programmate, il timore che per "Night In The Ruts" si paventi un destino non all'altezza della fama del gruppo prende consistenza. Il sostituto ufficiale Jimmy Crespo, aiutato dal bassista Tom Hamilton e da un paio di turnisti di lusso, provvede a tappare la falla e l'album viene adeguatamente completato. Il sesto album in studio della hard rock band più famosa degli Stati Uniti vede così la luce nel novembre del 1979 e, pur non venendo considerato una delle pietre miliari della carriera del quintetto del New Hampshire, risulta assolutamente all'altezza, degno anche di una adeguata rivalutazione postuma. I dissidi interni e le problematiche collaterali non minano affatto l'ispirazione di una band talmente ricca di talento da uscire praticamente illesa da scossoni che avrebbero fatto affondare ben più di un progetto similare. Scanzonato, ruvido e strafottente, questo disco gode di tutte le caratteristiche che hanno reso grandi gli Aerosmith, pregno di quel suono sporco e stradaiolo che successi futuri perderanno un po' in favore di una patinatura che ha smussato non pochi spigoli. Fin dall'opener "No Surprize", vivace, dinamica e dannatamente rock and roll, i nostri evidenziano una immutata capacità di indovinare melodie vincenti e di saperle efficacemente innervare di blues torrido che porta con se l'odore acre dei vicoli sudici delle metropoli americane. "Chiquita" si insinua melliflua ma possente, illuminata da inserti di fiati che la rendono ancora più catchy – diverrà infatti il primo singolo – nel suo incedere vizioso e debosciato ricco di gusto e potere trascinante. Il mestiere ha certamente il suo peso, e la band è completamente a suo agio nel propinare il suo stile adrenalinico grondante fascino bandito e vizioso. Quando "Remember (Walking In The Sand)" gronda giù dalle casse col suo fascino agrodolce di semi ballad disperata e melodica – si tratta di una cover di un vecchio successo dei The Shangri-Las – è davvero difficile non dondolare e lasciarsi prendere dalle intense vibrazioni delle ritmiche soul e dei cori che accompagnano una interpretazione di Tyler davvero magistrale, sentita, sofferente. "Cheese Cake" si snoda trucida introdotta dalla slide di Perry e diapanandosi poi in un blues roccioso che nei cori si concede una ariosità più dinamica, per poi tuffarsi di nuovo in atmosfere cajun insidiose e seducenti, prima della fuga finale con assoli stratificati. Si torna all'hard rock di scuola tipicamente americana con "Three Mile Smile", ruffiana e quasi vanhalenggiante nel suo incedere saltellante, sorretta da una sezione ritmica solidissima, con uno strappo accelerato ad accompagnare il finale con gli assoli in una sezione strumentale che toglie il fiato. "Refeer Head Woman" torna al blues più classico, con l'armonica di Tyler a fare bella mostra di se, mentre il ritmo avvolge fumoso e ipnotico la performance gigiona e maliziosa del cantante, finchè un assolo d'alta scuola si incastona come pietra preziosa a chiudere il cerchio che solo dei consumati fuorilegge del rock sanno gestire con tanta corrotta maestria. "Bone To Bone (Coney Island White Fish Boy)" torna all'hard spigoloso e ficcante, dura e diretta in pieno Aerosmith trademark, senza "ma" e senza "se". Il riff trascina e convince, mentre le urla di Tylen tagliano come rasoi. Ritmo incalzante su una base di basso e batteria tellurica nell'hard blues "Think About It", che accelera all'affacciarsi degli assoli, torbidi e furiosi, impreziosita anche dall'ennesima prova vocale vincente e ricca di energia primordiale, seducente e diabolica. Un brano duro e metallico, ricco di intensità e spessore tutto a stelle e strisce. Chiude l'album la splendida ballad "Mia", forse l'episodio migliore dell'intero lavoro: calda, avvolgente, intensa e passionale, con ovviamente Tyler a farla da padrone grazie ad una interpretazione degna della sua fama. Un piano teso e drammatico introduce il pezzo, gestito poi mirabilmente dalla voce, nel suo crescendo emozionale epico e maestoso, dalla melodia potente e ricca di pathos, che dosa dolcezza e grinta con vigore sempre lontano dalla mielosità fine a se stessa. Un capitolo da rivalutare nella nutrita discografia del quintetto e di cui forse si è parlato troppo per contingenze extra-musicali, mettendo colpevolmente in secondo piano un valore musicale che avrebbe meritato ben altra attenzione.   Vincenzo Barone

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No Surprize – 00:04:25
Chiquita – 00:04:24
Remember (Walking In The Sand) – 00:04:05
Cheese Cake – 00:04:15
Three Mile Smile – 00:03:42
Reefer Head Woman – 00:04:02
Bone To Bone (Coney Island White Fish Boy) – 00:02:59
Think About It – 00:03:35
Mia – 00:04:14