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LA RECENSIONE DI HEY STOOPID

Il primo album di Alice Cooper, quando con questo nome ci si riferiva ad una band e non ancora al cantante solista, risale al 1969. Sono quindi trascorsi quasi cinquant’anni di una intensa attività musicale durante i quali l’iniziale proposta è via via mutata a seguito di un sensibile, quanto inevitabile adeguarsi alle tendenze succedutesi nei decenni.

Eppure la matrice originaria manifestatasi con determinazione nei primi lavori degli anni ’70 non è stata eccessivamente scalfita, rimangono infatti ancora vitali delle componenti e dei requisiti riconoscibili e distintivi della musica espressa da Alice Cooper. Tutti segni poi amplificati, quasi tramandati negli anni, da un nutrito seguito di musicisti che hanno scelto di modellare la propria capacità espressiva prendendo spunto dalla teatralità degli spettacoli del loro mentore, nonché dalla sua proposta sonora. Valutare l’impatto che Alice Cooper ha avuto sull’immaginario musicale nei primi anni settanta significa scrivere un capitolo importante della storia del rock; si sono infatti ispirati alle sue performance un gran numero di band, prime fra tutti i Kiss e Paul Stanley, onestamente,  lo dichiara in una biografia del gruppo. E’ però sbagliato pensare ad Alice Cooper come pura e sola teatralità, come artefice di uno spettacolo più o meno macabro, più o meno kitsch, la proposta musicale in alcuni momenti della sua lunga attività ha infatti segnato e condizionato le scelte di alcuni musicisti come Twisted Sisters, Mötley Crüe, W.A.S.P. Poi, naturalmente, è necessario citare i suoi emuli più diretti, tra tutti Marilyn Manson o il più modesto Rob Zombie. Come è avvenuto per molti altri musicisti, il passaggio dai festosi ed apparentemente spensierati anni ’80, al decennio successivo caratterizzato, inizialmente almeno,  da un grunge cupo e disilluso, ha rappresentato un momento delicato e problematico dove la ricerca di equilibri e soluzioni alternative alla proposta e visione musicale antecedente poteva a volte essere difficilmente focalizzata. Alice Cooper oramai avvinto, quasi soffocato ed annullato dalle più disparate definizioni immaginate per lui da critici negligenti, seppe distaccarsi dalla figura onnicomprensiva del teatrante istrionico interpretata negli ’80, esaltando il suo ruolo di musicista dedito ad una forma di hard rock nella quale convivevano stilemi heavy, glam rock e quella forma definita shock-rock che se lui non aveva inventato, di certo aveva partecipato a diffondere ed esaltare. Nel 1989 esce l’album “Trash” una sorta di album della riscossa ed il successo, così tanto ricercato, arride di nuovo a Cooper che, a distanza di neanche due anni, pubblica “Hey Stoopid” album speculare al precedente sia nei suoni che nell’ispirazione. Ad aiutarlo nella realizzazione di questo nuovo capitolo della sua attività, ci sono esponenti del nuovo heavy-rock. Il brano d’esordio è HEY STOOPID, una canzone piacevole, scaltra, amabile che interpreta e sottolinea le impressioni e condizioni dei reduci dagli anni ’80 ora impegnati nella fervida ricerca di un indirizzo musicale. Canzone-slogan decisamente riuscita, HEY STOOPID possiede un ritornello assimilabile ad un inno da stadio, che permise ad Alice Cooper di scalare e stazionare di nuovo nelle alte posizioni delle classifiche rock ottenendo un inatteso, quanto clamoroso successo in Europa e soprattutto nei paesi scandinavi. Tra i musicisti che lo hanno aiutato ad assemblare il pezzo ci sono ospiti di spessore come Joe Satriani, Ozzy Osbourne e Slash. Seconda traccia, secondo gioiello: LOVE’S A LOADED GUN è una ballata hard rock languida e sinuosa come d’altronde una ballad deve essere: chitarre elettriche ed acustiche perfettamente fuse, una irruenta entrata di batteria, ritornello orecchiabile e una prova vocale effervescente rendono LOVE’S A LOADED GUN uno dei brani più riusciti dell’intero lavoro, non ha caso fu scelto come secondo singolo. Il riposizionamento del cantante riuscì alla perfezione e una e vera propria corte iniziò a muoversi attorno ad un Alice Cooper pienamente rivitalizzato. Nel terzo singolo tratto da “Hey Stoopid”, troviamo un duo di chitarristi fantastici che soltanto una blasonata corte come quella di Alice Cooper poteva attrarre: Joe Satriani e Steve Vai, con Nikki Sixx dei Mötley Crüe al basso, rendono FEED MY FRANKENSTEIN imperdibile, e non solo per la presenza di questa aristocrazia rock, quanto per l’intrinseca qualità del brano. Gli assolo di Satriani e Vai sono semplicemente sorprendenti, scintillanti ed euforici. Il brano successivo HURRICANE YEARS possiede quell’andatura ritmica di certo già sentita e conosciuta che solo un musicista d’esperienza come Cooper, coadiuvato da un produttore versatile e profondo conoscitore delle origini blues del rock come Peter Collins, avrebbero potuto concretizzare. L’aspetto soft dell’album trova coronamento in DIE FOR YOU, altra ballad tipica di un hard rock che avrebbe citato come massimo esempio un brano che sarebbe stato pubblicato da lì a pochi mesi, ‘To be with you’ dei Mr.Big. La scelta originaria dell’Alice Cooper anni ’70, era stata quella di donare all’ascoltatore uno spettacolo che non prevedesse soltanto la musica, si era infatti convinto di dover offrire una visualizzazione alla propria musica durante il live-act. Questa idea o progetto il cantante lo ha perseguito misurandosi costantemente con una critica che considerava semplici pagliacciate alcuni espedienti in verità solo a volte sconvenienti o eccessivi: serpenti, forche, trucco decisamente pesante, abiti decadenti e kitsch, sono tutti elementi che spesso hanno sviato l’attenzione dalla musica offerta e questo è un prezzo che Cooper ha dovuto pagare e per sempre pagherà. Eppure album come “Love it to death” del 1971, “Killer” ancora 1971, “Billion Dollar Babies” del 1973, oppure brani divenuti oramai sorta di evergreen come ‘School’s Out’, ‘No More Mr.Nice Guy’, ‘I’m Eighteen’, ‘Elected’ raccontano qualcosa che è riconducibile ed inerente solo al discorso musicale. Sono pagine dell’evoluzione della musica rock che appartengono ormai alla storia di questa musica, scindere la proposta Alice Cooper tra teatralità live e consistenza musicale non è corretto, come non lo è svilire la musica perché abbinata ad una visualizzazione per alcuni irragionevolmente esagerata. “Hey Stoopid” chiude sorprendentemente riprendendo il personaggio di Steven, protagonista dell’album “Welcome to my Nightmare” del 1975, nel brano WIND-UP TOY, arricchito dalla presenza di un funambolico Joe Satriani, si torna così a narrare di questo ragazzo mentalmente disturbato che sembra vivere in un incubo. Con quell’enfasi tipica di alcuni film horror, il disco termina con una vocina contraffatta e caramellosa che evoca o forse invoca…Steeeveeen.

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Hey Stoopid – 00:04:34
Love's a Loaded Gun – 00:04:12
Snakebite – 00:04:33
Burning Our Bed – 00:04:34
Dangerous Tonight – 00:04:41
Might As Well Be On Mars – 00:07:08
Feed My Frankenstein – 00:04:44
Hurricane Years – 00:03:58
Little By Little – 00:04:35
Die For You – 00:04:16
Dirty Dreams – 00:03:29
Wind-Up Toy – 00:05:27