Sonymusic-Centurymedia

alice-in-chains

LA RECENSIONE DI ALICE IN CHAINS

L’undicesima traccia di “Alice in Chains”, titolata FROGS, può essere ritenuta come una delle più plausibili e convincenti introduzioni all’intero lavoro degli Alice in Chains. Sul finire del 1995, nel momento in cui veniva pubblicato l’album, la band non poteva certo supporre che sarebbe stato il loro ultimo lavoro in studio, inciso in quella formazione ormai consolidata e che vantava allora un ragguardevole successo. FROGS è la perfetta espressione di un umore, di una tendenza e indole riconducibili alla malinconia, ad un ristagno emotivo divenuto angoscia esistenziale. FROGS tratteggia in suono quella tetra zona assiduamente frequentata dal cantante Layne Staley, quel suo lato oscuro, probabilmente congenito, quanto pesantemente incrementato e potenziato da un uso smodato di alcool ed eroina che lo porteranno ad una prematura scomparsa nel 2002. Come tutta la produzione della band, FROGS è difficilmente riconducibile ad una forma musicale univoca ed almeno in questo caso, ricorrere al termine grunge, per cercare di categorizzare la musica espressa non rasenta certo la blasfemia. Il brano è una sorta di litania ipnotica disperata cupa, sottolineata e, in alcune parti esaltata, da una chitarra che nel sound, nell’andamento ed articolazione dei fraseggi rimanda al Robert Fripp del periodo più autoreferenziale dei King Crimson, quello di “Red” ad esempio. FROGS si sviluppa in 8 minuti e 18 secondi, l’apporto della sezione ritmica è insostituibile, la batteria sviluppa una parte che per intensità e densità, è equivalente a quella architettata dal chitarrista Jerry Cantrell valendosi di un fraseggio/arpeggio che incanta grazie anche ad un magnetismo seducente e al contempo insalubre, malignamente sulfureo. Ogni innesto è esemplare, ogni elemento provvede ad esaltare questi minuti di crisi e dolore ritratti in una musica grave, un vero affresco dove convivono le regole, i vizi, l’ardore a volte putrescente, nei quali la band ha sempre rimestato traendone ispirazione. “Alice in Chains” non è però solo questo, e malgrado siano da sempre stai assimilati alla scena grunge, la loro proposta, anche in questo intenso lavoro, dichiara con decisione come la loro adesione e compromissione con quel movimento sia stata musicalmente marginale. D’altronde Jerry Cantrell l’ha sempre dichiarato ed instancabilmente sostenuto: la band in cui ha militato ha espresso musica heavy metal e sarà compito dei critici stabilire poi quale sotto-accezione di metal rifilare al gruppo. Cantrell si considera un chitarrista metal che vede in Eddie Van Halen uno dei suoi principali riferimenti. L’album “Alice in Chains” apre con GRID, brano in cui il debito del gruppo con l’heavy metal è dichiarato apertamente: il giro armonico non permette o concede spazi per una diversa decodifica. Il pezzo è scritto da Cantrell che lo interpreta anche come voce solista, l’innesto di un ritornello con un deciso gusto psichedelico, stilisticamente e melodicamente riconducibile ad una scena legata alla San Francisco della metà dei ’60, chiarisce ancor meglio gli spazi formali e cronologici in cui si muovono gli Alice in Chains. BRUSH AWAY esprime una storia ancora diversa: il brano sintetizza un riuscito, irriverente intreccio di elementi hard rock con stilemi derivati dal metal e rappresenta la perfetta introduzione al brano successivo SLUDGE FACTORY che in GRID sembra volersi rispecchiare, sebbene con una risolutezza e definizione meno iridescenti. Il secondo singolo estratto dall’album, HEAVEN BESIDE YOU, replica il sostanziale successo di GRID: è una delle canzoni migliori del lavoro ed in assoluto una delle migliori composizioni di Cantrell che, pure in questo caso, essendone l’artefice pensa bene di intonarla. HEAVEN BESIDE YOU è un brano cantabile, orecchiabile, sebbene condito di quelle apparenti dissonanze che la scena grunge tanto ha amato, praticato e dispensato. Chitarre acustiche, chitarre elettriche effettate, un andamento intrigante, sensuale, un bridge riuscitissimo, psichedelico e pop al contempo ancora riconducibile al sapore della San Francisco pervasa di LSD degli anni centrali dei ’60, questi gli ingredienti sapientemente dosati, per un successo annunciato. Subito dopo l’atmosfera cambia e, con AGAIN, siamo introdotti agli Alice in Chains più conformi alla propria proposta musicale: metal ritmicamente flemmatico, sound granitico, grave, eppure ancora impreziosito da una sotterranea cantabilità, immediatezza o spontaneità che pervade l’intero lavoro permettendo addirittura di considerarlo un disco dotato di una occulta, cavernosa, insospettabile orecchiabilità. Le necessità e soprattutto la volontà irriducibile di ogni critico nel voler definire formalmente i brani trova un muro quasi invalicabile in SHAME IN YOU: non è grunge, non è hard rock, né metal, raccoglie infatti elementi spuri strappati a queste forme, e ad altre, per dare vita a qualcosa di inedito, estremamente invitante ed irresistibile. Si snodano tra vilipendi heavy metal e riff hard rock le successive GOD AM  e SO CLOSE che si collegano ad una NOTHIN’ SONG elaborata in completa anarchia. Ancora una volta la San Francisco dell’estate dei fiori non è poi così distante, alcune sperimentazioni dei Jefferson Airplane più acidi si aggirano nelle tracce e sulle tracce di una band ora perfettamente allucinata come quella guidata in questa performance da un Layle Staley superbo, inarrivabile, come spesso è stato, e da un Jerry Cantrell che dispensa con grazia quanto ha appreso studiando la storia moderna e contemporanea di un chitarrismo assimilato in ogni sua più svariata estrinsecazione. “Alice in Chains” chiude con un ulteriore brano perfettamente compiuto: scritto ancora da Cantrell ed introdotto da una trentina di secondi nei quali si snoda la melodia di ‘Taps’, ‘Il Silenzio’, sì, proprio quel silenzio usato in alcune cerimonie e celebrazioni militari. OVER NOW è il titolo della canzone di chiusura, brano che rende un omaggio più che degno allo svolgersi dell’intero album ribilanciando nuovamente le componenti formali che l’hanno reso possibile. “Alice in Chains” è un album dissennato, delirante, disarmonico, sbocciato da una disobbedienza musicale, commerciale, esistenziale che ha premiato l’azzardata impresa di una band risolutamente indirizzata verso la creazione di quello che, forse soltanto intuitivamente, immagina potesse essere un testamento. Al di là del lascito inconsapevolmente ordito durante le session, OVER NOW è il frutto finale di un lavoro che grazie a questa canzone eleva al quadrato, no, al cubo, la propria solidità e valenza.

 
 

Grind – 00:04:45
Brush Away – 00:03:21
Sludge Factory – 00:07:13
Heaven Beside You – 00:05:29
Head Creeps – 00:06:27
Again – 00:04:05
Shame In You – 00:05:36
God Am – 00:04:07
So Close – 00:02:44
Nothin' Song – 00:05:39
Frogs – 00:08:17
Over Now – 00:07:01