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LA RECENSIONE DI SLAVE AND MASTERS

Una delle più classiche e reiterate dispute sviluppatesi tra sostenitori di due diverse band, in questo caso Deep Purple versus Led Zeppelin, riguarda l’annoso problema relativo alla sfera di appartenenza della loro proposta sonora, diatriba sintetizzabile ed infine banalmente riconducibile alla ricerca di una corretta definizione che delimiti ed illustri la musica prodotta dalle due band. Abitualmente ai Deep Purple viene riconosciuto di aver espresso musica hard rock, mentre i Led Zeppelin sarebbero da iscrivere tra i fondatori dell’heavy metal assieme magari ai Black Sabbath. Su questa questione si è scritto e dibattuto più del necessario, anche perché entrambe le band hanno espresso una musica di certo non monolitica, una musica estremamente articolata che, soprattutto per la longevità dei Deep Purple, ha dovuto necessariamente confrontarsi con reiterati, immancabili cambiamenti di gusto e tendenza. Dinamica questa decisamente rigettata da un pubblico di fan fidelizzati, attenti al minimo mutamento formale, inflessibili nel ritenere che i propri idoli non debbano mai differenziare la propria proposta. E’ per questo che probabilmente la base più intransigente dei sostenitori ha condannato alcuni lavori dei Deep Purple, ma dietro non c’è una valutazione nata dal riconoscere una scarsa validità dei brani o dell’intenzione della band, più semplicemente si rifiuta un sound che ha subito modificazioni divenendo magari più confortevole. “Slaves and Mastrers” è un album del 1990, cioè inciso in un periodo di passaggio dai lustrini degli anni ’80 alle camicie di flanella dei primissimi ’90. Cosa doveva o poteva fare una band nata nel 1968, una band ormai storica e blasonata, una band con all’attivo almeno una decina di brani classici, per non rimanere soffocata, avulsa dai tempi? I Deep Purple pensarono allora di adeguarsi ad un hard rock di matrice statunitense ed incisero un disco controverso, da loro stessi a volte sottostimato e definito da un componente della band come album surrogato dei Deep Purple. Quando il gruppo entra in studio ad Orlando, in Florida, per le prime prove deputate alla realizzazione del disco, l’atmosfera tra i musicisti è estremamente tesa: il cantante Ian Gillan era stato allontanato da Ritchie Blackmore che per questa decisione neanche si è confrontato con gli altri elementi della band. L’iniziativa di Blackmore, le cui motivazioni rimangono poco chiare, provocò l’irritazione e la stizza degli altri elementi del gruppo, il malumore si amplificò quando, sempre in assoluta autonomia, Blackmore sostituì lo storico cantante del gruppo con Joe Lynn Turner, ambiziosa rock star americana che il chitarrista dei Deep Purple aveva già voluto con sé nei Rainbow nel 1981. Che Turner non fosse il cantante più idoneo per confrontarsi e adeguarsi al sound di quella band apparve chiaro durante l’evolversi delle session, ma ormai non si poteva recuperare un Gillan furente. Per orientarsi in questo lavoro è necessario seguire un percorso che inizia dalla terza traccia, FIRE IN THE BASEMENT: la giusta razione di rock è assicurata da una chitarra e un chitarrista che da anni garantiscono energia, tecnica e feeling, c’è poi il segno distintivo del sound Purple, l’organo di Jon Lord che si fonde perfettamente all’arrangiamento e naturalmente, incontriamo Joe Lynn Turner, perfetto esempio di musicista vanesio, di primadonna, il narcisista che vuole far impazzire le giovani fan e averle ai suoi piedi. Il cantante che per formazione ed indole interpreta il ruolo della star, della star totalmente disinteressata alle dinamiche della band. E’ possibile decifrare tutto questo da un solo brano? Probabilmente no, ma alcune valutazioni simili sono state espresse negli anni da elementi dei Deep Purple. Un altro segnale per  inquadrare la proposta canora di Turner lo si può ottenere da TRUTH HURTS, brano pop rock in cui il cantante si identifica totalmente e lo si avverte chiaramente nel bridge e nel ritornello dove tende ad esasperare la propria interpretazione denaturando forse quella tradizionale compostezza della band. Un pensiero comune tra i Deep Purple è che “Slaves and Masters” fosse il disco giusto per quel periodo ed è probabile che abbiano perfettamente ragione. Il tempo sembra avvalorare la valutazione della band, infatti in occasione delle cicliche ristampe, rimasterizzazioni e edizioni deluxe, di “Slaves and Masters”, arricchite magari da outakes o demo, alcuni critici e commentatori si sono dovuti ricredere sulla validità di un disco troppo superficialmente screditato. Nessuno potrà mai stimarlo come incisione prodigiosa, però “Slaves and Masters” può essere oggi rivalutato ed associato, esattamente alla pari, con altri lavori nella variegata e copiosa discografia Deep Purple. Gli si potrà riconoscere quindi il diritto di appartenenza all’universo purple, diritto ormai sancito dal tono favorevole di considerazioni critiche decisamente meno condizionate rispetto a quelle espresse troppo  frettolosamente all’uscita del disco. Le frizioni all’interno del gruppo, il periodo formalmente confuso che stava vivendo la musica dopo l’orgia pop degli ’80, determinarono delle condizioni che contribuirono ad un generale biasimo di “Slaves and Masters”, eppure come è possibile sorvolare su una delle migliori canzoni dell’intero lavoro, una ballad hard rock viscerale come LOVE CONQUER ALL, scritta da Blackmore e Lord cui si aggiunge nei credit il nome di Turner che forse non ha neanche partecipato alla composizione. Brano certo di maniera, eppure coinvolgente, trascinante, perfetto per rappresentare un gruppo teso ad una ridefinizione e reindirizzo della propria offerta. Riscoprendo questo album ci si imbatte poi nella visione pop di Blackmore e compagni, affidata all’essenzialità di TOO MUCH IS NOT ENOUGH. Un critico è giunto a scrivere che in questo brano i Deep Purple sembravano puntare a sostituirsi ai Foreigner per un settore di mercato riconducibile all’adult rock. In THE CUT RUNS DEEP e nella tortuosa WICKED WAYS si riscopre la capacità di Blackmore di inserire la sua chitarra sfruttando una innata sensibilità per interventi anche di ottimo livello tecnico, sempre però efficaci, di immediata fruizione e lettura. Sono brani questi che possono offrire una insostituibile lezione per chitarristi ansiosi di apprendere come si calibrano i propri interventi senza mai oltrepassare dei limiti mai sanciti. Il disco chiude con una perfetta deep purple song, SLOW DOWN SISTER, e così come aveva aperto con KING OF DREAMS, la band dichiara di essere vitale, forse confusa, con una proposta un po’ sfumata, magari ancora da tarare, eppure efficace.

ITUNES BUTTON

 
 

King of Dreams – 00:05:30
The Cut Runs Deep – 00:05:42
Fire in the Basement – 00:04:43
Truth Hurts – 00:05:14
Breakfast in Bed – 00:05:16
Love Conquers All – 00:03:47
Fortuneteller – 00:05:45
Too Much Is Not Enough – 00:04:19
Wicked Ways – 00:06:35