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HARDCORE SUPERSTAR

 

HARDCORE SUPERSTAR

 

Si fa fatica ad immaginare le atmosfere evocate dal sound intriso di marcio rock and roll stradaiolo, smaliziato, sfacciato e strafottente degli Hardcore Superstar, provenire dalle fredde lande di Svezia, piuttosto che dalle spiagge californiane o dal cuore pulsante del Sunset Boulevard.

Formatosi a Goteborg nel 1997, il gruppo, nel pieno del riscontro e dell'attenzione generale internazionale puntate sul death metal, a furor di popolo prodotto tradizionale locale, si lancia decisamente contro tendenza, facendosi porta bandiera del più sanguigno e sgraziato hard rock di strada mai ascoltato da un bel po' di tempo a questa parte.

Con lo sguardo rivolto ai Motley Cure d'annata, un po' ai Ramones, un altro po' agli L.A. Guns ed una energica spruzzata di Sex Pistols, gli svedesi hanno una marcia in più, sebbene talvolta la caratteristica di tentare di pendere un po' di più dal versante più leggero e catchy ha finito per tradire un po' l'estro aggressivo del quartetto. Graffianti e vivaci, gli Hardcore Superstar si ritagliano da subito una certa credibilità, prima in patria e poi, in un fluire tanto irrefrenabile quanto prevedibilmente logico, anche a livello internazionale, occhieggiando sempre più i panorami dell'America baldanzosa di Los Angeles. “It's Only Rock'n'Roll”, il debutto uscito inizialmente solo per il mercato svedese, risale al 1998 ed attira immediatamente l'attenzione dell'etichetta Music For Nations, che sei li assicura prontamente ed edita, nel 2000, un “secondo” primo lavoro, recuperando alcuni brani dalla prima uscita integrandoli con pezzi della produzione più recente, dandogli il titolo “Bad Sneakers And A Pina Colada” e immettendolo sul mercato mondiale come esordio assoluto. Un debutto crudo e diretto, di grande presa e grondante la rabbia ed il disagio dei punk mutanti del terzo millennio, ricco dell'attitudine sporca e cattiva che sa mantenere sempre le distanze dal glam rock parruccone e patinato. Il disco si meriterà una nomination al Grammy e ben tre singoli ai piani alti delle patrie classifiche. L'anno dopo però, “Thank You (For Letting Us Be Ourselves)” sembra far pendere troppo la bilancia verso il lato “facile” e leggero della loro proposta, sbandando un po' e smussando troppo il carattere bestiale, il lato oscuro dell'heavy di strada. “No Regrets” del 2003 getta benzina sul fuoco, insistendo sul dare la priorità al rovescio piacevole, leggero e quasi solare della medaglia, quasi ad appannare il rozzo criminale suono delle origini. Il gruppo avverte il colpo, si ritira per una breve vacanza montana, in una cascina isolata, fuori dalle luci della ribalta e da pressioni più o meno coscienti, e ne torna rinfrancato: pronto a lavorare al disco omonimo, quello della consacrazione. Pubblicato nel 2005, “Hardcore Superstar” segna la linea di confine, la maturazione assoluta, lo stadio finale della crisalide, un attimo prima di raggiungere la perfezione del volo, di un meccanismo arrabbiato, oliato a dovere, volto a recuperare gli occhi della tigre, la fame di successo degli esordi, la furia iconoclasta del punk più heavy in circolazione. Perennemente in tour, tra piccoli club come preziosi headliner, oppure di spalla a nomi del calibro di Morothead e AC/DC, o in scaletta nei programmi del prestigioso palco di uno dei grandi eventi internazionali, i quattro svedesi inanellano successi e soddisfazioni, avendo finalmente centrato il bersaglio ed aver incontrato la propria vera identità. Il gruppo, formato dal cantante Jocke Berg, il chitarrista Thomas “Silver” Silver, il bassista Martin Sandvick e il batterista Magnus “Adde” Andreasson, nel 2007 realizza il singolo “Bastards (Fade Away)” che si guadagna il disco d'oro e non viene incluso in nessun album. Lo stesso anno ecco che “Dreamin' In A Casket”, il quinto full lenght, conferma e bissa quanto di molto buono contenuto nel disco precedente, attestando, se ce ne fosse stato bisogno, la credibilità e la vocazione al successo dei quattro scandinavi. La defezione di Silver perché consumato dai ritmi e dalla instabilità di quella vita on the road, in favore di Vic Zino, inizialmente in prestito dai Crazy Lixx e poi tirato a bordo in pianta stabile, non ferma la costante avanzata della band, che da alle stampe il riuscitissimo “Beg For It”, un ininterrotto susseguirsi di potenziali hit impreziosito dal solismo irruento ma curato e tecnico proprio del nuovo arrivato Zino, che dona davvero al tutto una preziosa marcia in più. “Split Your Lip” deflagra nel 2010 con la potenza irresistibile di un processo di metallizzazione e miglioramento anche meramente tecnico che ormai ha convinto tutti. “C'mon Take On Me” ripete la formula vincente nel 2013, senza cambiare nulla, giocando sul sicuro. Ci si volge al passato con l'ammorbidimento studiato di “HCSS” (2015) che sembra guardare proprio a quel “No Regrets” così leggero, alla semplicità lineare di uno sleaze punk rock primitivo e privo di produzioni pompate a manetta e inspessite di modernità. (Vincenzo Barone)