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LA RECENSIONE DI SIN AFTER SIN

L'acerbo "Rocka Rolla" (1974) aveva fatto conoscere il quintetto di Birmingham pur senza rivelare le doti in possesso della band in tutta la sua talentuosa espressività; "Sad Wings Of Destiny" (1976) aveva invece decisamente aggiustato il tiro, fornendo un assaggio più che credibile delle potenzialità di Halford & Soci e ponendoli all'attenzione generale evidenziando già gli ingredienti che avrebbero decretato il successo planetario dei britannici. E' il 1977, impazza il punk in ogni sua forma e declinazione, e per i figli pur degeneri del caro vecchio hard rock si concretizza la possibilità di un lancio definitivo grazie al fatto di essersi accasati con una major, la CBS, che mette a disposizione del gruppo un produttore del calibro dell'ex Deep Purple Roger Glover ed esorta la band ad un necessario cambio di batterista, sostituendo il non proprio impeccabile Alan Moore con il turnista di lusso Simon Phillips (in seguito con Toto, Beck, The Who, Brian Eno, Jagger e Michael Schenker Group, tra gli altri). "Sin After Sin" vede la luce il 14 marzo del 1977 e va stilisticamente a porsi efficacemente quale ponte ideale tra la prima fase della carriera dei Judas Priest ed il successivo sentiero propriamente heavy metal, di cui diverranno indiscussi alfieri nelle decadi a venire. Il passaggio dall'hard rock al metal si profila in questo album, forse non perfetto o scevro di difetti, in maniera sensibile, mettendo in campo tutta una serie di input che faranno la fortuna del combo britannico, concittadino tra l'altro dei maestri Black Sabbath, come se il respirare i miasmi industriali di Birmingham portasse le reltà musicali locali ad avere la visione assoluta del futuro universo Heavy Metal. La produzione di Glover toglie probabilmente un po' di potenza, specie al suono delle chitarre ad allo spessore della batteria, dando al tutto un profilo raffinato ma "sottile", lasciando la forza dell'impatto in seguito tipica dello stile dei Priest in secondo piano rispetto alle dinamiche ritmiche e curando sottigliezze ed aspetti volti a raffinatezze piuttosto che al mordente. E' un album comunque importante, se non fondametale: la base di partenza di un riconoscimento planetario più che meritato, di una consacrazione ormai urgente. L'impronta purpleiana appare evidente fin dall'opener "Sinner", dotata di un assolo davvero notevole e con un Halford sugli scudi, grazie ad un coro tagliente come lama di rasoio e ad una forza interpretativa che domina incontrastata tutto il brano. Melodia e musicalità si avvolgono in un incedere dinamico e ficcante, e l'apertura chitarristica centrale è ancora oggi da brividi. La cover di "Diamonds And Rust" di Joan Baez si scrolla di dosso la mielosa pacatezza dell'originale e si trasforma qui in una cavalcata elettrica ricca di pathos e melodia, in cui i toni epici del cantato brillano per ispirazione mentre le twin guitars intessono un tappeto non durissimo, ma ricco di gusto e classe. Certo, dal vivo questo pezzo conoscerà ben altro "tiro" nei concerti dei Priest... "Starbreker", che figurerà con successo per anni nella scaletta live del gruppo, si attesta su posizioni nettamente heavy metal col suo coro centrato ed efficace e la coppia di chitarre a ritagliarsi un posto di primo piano in un brano che fornisce non pochi richiami a quello che sarà il futuro marchio di fabbrica tipicamente priestiano. Con "Last Rose Of Summer" si affronta il quasi obbligatorio, per l'epoca, capitolo della ballad romantica e trasognata, la cui atmosfera dolce e malinconica consente ad Halford di giocarsi una interpretazione evocativa ed emozionalmente pacata, su una base strumentale dai richiami blueseggianti, morbidi ed avvolgenti. "Let Us Pray/Call For The Priest" si apre maestosa e solenne, evocando non poco i Queen – dichiaratamente tra le preferenze assolute di Halford – per poi lanciarsi in un riff che tanto porta alla mente la NWOBHM, in un proto speed metal che può a più riprese ricordare i Motorhead di inizio carriera, non fosse per la raffinatezza delle armonie chitarristiche e, ovviamente, per la prova vocale di uno spigoloso e sferzante Halford. La successiva "Raw Deal" regala dei Priest ai limiti del progressive, fra numerosi cambi di tempo e di atmosfera, aperture melodiche, rocciosità ritmiche ed un dipanarsi dal sapore anche vagamente sabbathiano. La svolta melodica vocale che ci accompagna alla fine del brano, prima del rallentamento di chiusura, ha poi un che di magico. "Here Come The Tears" è malinconica ma intensa ed emozionante, con un Halford in grandissimo spolvero ed un saliscendi strumentale davvero avvincente, memore forse di talune spinte tipiche dei Deep Purple, ma ben più oscuro e teatrale, specie nel crescendo finale, davvero vincente. La chiusura del disco spetta a quello che forse è il più priestiano dei brani del disco, intendendo con ciò evocare quelli che saranno i futuri binari del successo della band: "Dissident Aggressor", una autentica frustata heavy metal che saprà senza ombra di dubbio affrontare le ingiurie degli anni e restare, nei suoi 3 minuti di durata, impressa nella memoria delle generazioni a venire. "Sin After Sin" si piazzerà al numero 23 delle classifiche britanniche e sarà il primo album a portarli oltre oceano, dove finiranno per esibirsi come gruppo spalla nell'ultima apparizione dei giganti Led Zeppelin in terra americana, proprio supportando questo disco.

 

Vincenzo Barone

 
 

Sinner – 00:06:41
Diamonds and Rust – 00:03:23
Starbreaker – 00:04:47
Last Rose of Summer – 00:05:36
Let Us Prey / Call for the Priest – 00:06:12
Raw Deal – 00:05:58
Here Come the Tears – 00:04:36
Dissident Aggressor – 00:03:06
Race with the Devil – 00:03:06
Jawbreaker – 00:04:00