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OPETH

 

OPETH

 

Un gruppo che è sinonimo di evoluzione, ricerca, difficoltà di catalogazione.

La band svedese degli Opeth, che prende la sua denominazione da una città lunare presente in un racconto di Wilbur Smith, viene fondata vicino Stoccolma nel 1990 dal cantante David Isberg e dal chitarrista Mikael Akerfeldt (già nei Katatonia e negli Edge Of Sanity), che dopo aver completato la line up si lanciano nella mischia.

Lo stile del gruppo è complesso, ricercato, ricco di elementi progressive, epic, rock, ballad, ritmi ai limiti del doom e vivaci sortite nel jazz. Immediatamente opzionati dalla neonata Candlelight, i quattro pubblicano l'lp di debutto “Orchid” nel 1995 e il successivo “Morningrise” l'anno dopo. Entrambi gli album evidenziano un talento nel songwriting davvero indiscutibile, una cura per arrangiamenti raffinati e contaminati di progressive, una gamma di influenze di tutto rispetto unita a una padronanza tecnica ed esecutiva niente affatto trascurabile. Inizia una intensa attività concertistica ed avvengono anche alcuni cambi nella formazione, che arriva fino a ridursi a trio, a sciogliersi per poi riformarsi pochi mesi dopo. Siamo a fine 1996. Reclutato l'ex Amon Amarth Martin Lopez, subentrato ad Andres Nordin dietro le pelli, il gruppo realizza il suo terzo parto sulla lunga distanza “My Arms, Your Hearse”, prodotto da Fredrik Nordstrom (Arch Enemy, Dark Tranquillity, At The Gates, In Flames e Soilwork tra gli altri), nel quale si prosegue nel solco della sperimentazione, nel riuscito ardito tentativo di fondere il death metal col rock progressivo, il doom con l'hard di scuola classica. Nel 1999 si interrompe la collaborazione con la Candlelight e gli svedesi passano nella scuderia Peaceville, che licenzia “Still Life”, il quarto lp, un po' un richiamo al passato, a quanto già esplorato su “Morningrise”, smussando leggermente il contrasto tra parti estreme ed altre progressive. “Blackwater Park” (2001) è il disco della svolta, quello che permette finalmente il cosiddetto salto di qualità, nel quale comincia la proficua collaborazione con Steven Wilson dei Porcupine Tree e che decreta gli Opeth fra le realtà più valide, serie ed influenti del metal contemporaneo. L'idea di realizzare due album gemelli, uno più metal e l'altro più progressive, abortisce parzialmente per il budget messo a disposizione dall'etichetta, che considera il tutto un solo disco, ma “Deliverance”, la metà death metal dell'opera, esce nel 2002, e “Damnation”, con chitarre pulite e progressive anni '70, l'anno successivo. Approdo alla corte della Roadrunner Records, il tastierista Per Wiberg entra in pianta stabile in line up, non più come turnista di spicco, e “Ghost Reveries” vede la luce nel 2005, confermando quanto di ottimo espresso in precedenza e regalando alla band una serie di tour molto fitta e intensa, che vede il batterista Lopez perdere qualche colpo a causa di attacchi di panico, e finire per essere a più riprese sostituito, anche da Gene Hoglan, alla fine definitivamente da Martin “Axe” Axenrot. Altra tegola, l'abbandono per l'eccessivo stress accumulato dal chitarrista di sempre Peter Lindgren, degnamente sostituito dall'ex Arch Enemy Fredrik Akesson. La realizzazione di un live prelude soltanto l'uscita del primo album con la nuova formazione, “Watershed” (2008), nel quale si affacciano anche voci femminili. Il tastierista abbandona la nave e viene sostituito da Joakim Svalberg. Sempre il fido Wilson dietro la consolle, ed ecco arrivare “Heritage” (2011), che denota una scelta stilistica radicalmente volta al lato progressive del progetto, senza alcun cantato growl, risultando in un certo modo la continuazione ideale del discorso di “Damnation”. E' successo immediato: le vendite fanno balzare il disco direttamente al 19° posto della classifica di Billboard 200. Inizia un tour mondiale che porta la band fino in India, in Turchia, in Giappone, in Israele, in Sudamerica, Australia e addirittura Bangalore. I nomi con cui gli Opeth dividono i palchi di mezzo mondo sono oramai quelli di gente di prima grandezza come Mastodon, Ghost e Anathema tra gli altri. “Squadra che vince non si cambia” e per il successivo “Pale Communion”, del 2014, ecco ancora Wilson in produzione, mantenendosi sul sentiero del rock classico e del progressive, in modo coerente rispetto alla produzione più recente degli svedesi.

Death metal, progressive, hard, un filo di jazz fusion, compattati da grande gusto e vivacità creativa, incarnano negli Opeth il modo di intendere il metal colto del futuro.

(Vincenzo Barone)