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LA RECENSIONE DI DAMNATION

L'unicità di questo disco, il settimo capitolo della discografia degli Opeth, è senz'altro la caratteristica principale di un lavoro votato ad un progressive malinconico e maturo, ben distante dai lidi sonori comunque sperimentali della band, forse erroneamente circoscritti al fenomeno death metal, seppure in una delle sue incarnazioni più originali e ricercate. Gli svedesi, coadiuvati dall'amico Steven Wilson dei Porcupine Tree, impegnato nella produzione, nella composizione di alcuni brani e suonando il mellotron, decidono con questo disco di spingersi molto più in la del solito, esplorando sentieri stilistici alle soglie del jazz d'atmosfera e del progressive contaminato da nomi come Pink Floyd (in minima parte in realtà), certi King Crimson o dai conterranei disciolti Landberk, oltre che subendo una ovvia fascinazione da parte proprio dei Porcupine Tree. Composto e registrato nelle medesime sessioni del precedente “Deliverance”, pubblicato meno di un anno prima e più atto a ribadire le caratteristiche più cupe ed aggressive del gruppo, “Damnation” insiste sul lato più intimistico e melodico dell'anima del quartetto nordeuropeo, sconfinando largamente in territorio progressive moderno, scegliendo per una volta di separare decisamente i due volti che gli Opeth hanno da sempre saputo fondere mirabilmente: quello death metal e quello, appunto, progressive.

Quasi completamente acustico, corredato da chitarre elettriche quasi totalmente prive di distorsione e da un tappeto ritmico sempre mobile e dal sopraffino gusto jazzato, oltre che dalla totale assenza di growl nelle parti cantate, questo disco costituisce un capitolo a se stante nel percorso sonoro degli Opeth che, in maniera ed in misura del tutto personali, hanno realizzato un qualcosa di “estremo” proprio nell'ambito del concetto di estremo metal, scavalcando coraggiosamente il confine di genere e fornendo una prova che può davvero lasciare basiti.

 

Il gruppo capitanato dal chitarrista/cantante Mikael Akerfeldt regala così otto gemme di malinconica raffinatezza, ricche di atmosfere trasognate e rarefatte, in pieno mood progressive nordico, capace di suggestive evocazioni di panorami nebbiosi in foreste dove non sia possibile incontrare nessun essere umano. “Windowpane” apre il disco sulla scorta suggestiva di atmosfere ben tratteggiate dal mellotron, disegnate in bianco e nero e che avvolgono in un abbraccio tenue e melodico un incedere elettroacustico dal sapore retrò di gran classe. Il solismo mai invadente impreziosisce maggiormente la sinuosità del brano, mettendo da subito in chiaro quale sarà la direzione di questo disco. “In My Time Of Need” sembra seguire le tracce dei Porcupine Tree più tenui ed evocativi, addentrandosi in una ambientazione sonora quasi eterea, celestiale, grazie ad una melodia vocale a suo modo intensa e ad aperture strumentali di ampio respiro, con il mellotron sempre in bella evidenza e ad una mobilità ritmica curata in ogni passaggio. Con un ispirato testo poetico ad opera di Steven Wilson, “Death Whispered A Lullaby” si muove crepuscolare ma tesa, giocata su un bell'arpeggio che prende poi corpo in un incedere progressive ottimamente eseguito che fa tappeto ad una prova vocale dalle grandi potenzialità interpretative, nella definizione di un brano che ha una maestosità dal notevole spessore emotivo.

 

Chitarre acustiche dal vago sapore zeppeliniano introducono “Closure”, un brano dal rimarchevole dinamismo psichedelico, retto da un riff ripetuto ed avvolgente e da un arrangiamento ricco e spesso che evoca atmosfere orientaleggianti di profondo livello espressivo, anche grazie a chitarre elettriche questa volta anche distorte in alcuni momenti. “Hope Leaves” tocca corde pinkfloydiane nell'accordo iniziale, per poi fondersi, o forse sarebbe il caso di scrivere “sciogliersi”, in un ritmo dolce e melodico, debitore forse dell'ispirazione wilsoniana, sostenuto da momenti jazz rock lineari, ma preziosi e di gran gusto. Melodia malinconica e struggente in “To Rid The Disease”, nuovamente toccata dal fluido rosa, in chiave però fortemente progressive, con una drammaticità tesa e a suo modo inquietante. La serenità di base sembra strapparsi lasciando intravedere del nero sullo sfondo piuttosto che la solarità espressa nei pezzi precedenti, soprattutto in apertura di album. Anche il piano acquista in pathos e teatralità oscura, accompagnandoci fino a giungere allo strumentale “Ending Credits”, dove la malinconia torna ad imperare, avvolgendo di velata tristezza il lungo melodicissimo assolo di chitarra che lo caratterizza costituendone il perno portante. Il disco si chiude con i quattro minuti di “Weakness”, rarefatti e liquidi, solo per mellotron e voce, quasi a carezzare l'udito in un ultimo eccesso progressive d'atmosfera che, in punta di piedi, chiude un esperimento tanto ardito quanto, a conti fatti, riuscito. La prova dietro al microfono di Akerfeldt, in questo pezzo così come in tutto il lavoro, è veramente entusiasmante e credibile, interamente votata alle clean vocals, come mai avvenuto in precedenza lungo la carriera degli Opeth, una realtà che si può imparare ad apprezzare maggiormente anche sulla scorta di questo platter così particolare e solo apparentemente fuori contesto. Nessuno, ascoltando “Damnation”, sospetterebbe mai che le menti che hanno dipinto questo affresco così delicato e vibrante siano generalmente orientate verso sentieri anche solo accostabili al metal e questo, forse, ne è davvero la forza.

 

Vincenzo Barone

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Windowpane – 00:07:44
In My Time of Need – 00:05:50
Death Whispered a Lullaby – 00:05:49
Closure – 00:05:16
Hope Leaves – 00:04:30
To Rid the Disease – 00:06:21
Ending Credits – 00:03:40
Weakness – 00:04:09