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yield

Il quinto album dei Pearl Jam, “Yield”, distribuito all’inizio di febbraio del 1998, apre con un brano folgorante e decisamente graffiante, quel BRAIN OF J. che funge da detonatore per un lavoro esplosivo quanto nodale nell’attività della band. Soprattutto nelle soluzioni iniziali, l’impatto con BRAIN OF J., rinvia a una intenzione grunge che i Pearl Jam hanno ambiguamente frequentato agli esordi, senza mai dichiararlo apertamente, esercitando invero una lettura decisamente rock di quella deriva stilistica originata e prolificata a Seattle. Attraverso “Yield”, chi ancora subiva con malcelata nostalgia il fascino dei primi album, chi ancora auspicava e si augurava l’avvento di un sosia di Jeremy, di un duplicato di Black, di una imitazione di Daughter, di un facsimile di Go o dell’ombra di Not for You intuì distintamente che quei bravi ragazzi, tanto criticati da Kurt Cobain, perché troppo legati alle schitarrate e all’orecchiabilità delle loro composizioni, erano oramai cresciuti, maturati. I Pearl Jam ora proponevano una musica adulta svincolata da movimenti, mode e modi d’essere e proporsi ormai abusati. “Yield” è l’album dove la band rimesta negli equilibri che con troppa leggerezza si erano cementati fino ad essere considerati inalterabili, oramai fissati: il ruolo di leader riconosciuto a Eddie Vedder viene finalmente riconsiderato e reinterpretato dagli stessi musicisti che, sul loro cantante, avevano puntato, che su di lui si erano colpevolmente adagiati e forse dietro di lui si erano anche riparati. I Pearl Jam ripescano un entusiasmo esauritosi nell’inseguire un posizionamento politico ed una autonomia musicale concretizzati in un album come “No Code” che aveva mostrato i limiti di una band cristallizzata ed all’interno della quale la creatività si avvolgeva a spirale in un infinito, infruttuoso inseguire una identità alternativa. La band si stava avviluppando sterilmente in un insulso conflitto identitario, non sapendo più come elaborare, sfruttare e metabolizzare le comuni basi musicali riconducibili al rock blues. “Yield” è l’album che non ti aspetti, è l’album dove le certezze non ci sono più, è l’album dove con convinzione assoluta pensi che un brano come BRAIN OF J. (la J. sta per John Fitzgerard Kennedy), provenga da Stone Gossard, perché è la sua chitarra che abitualmente dispensa quei riff, ed invece il pezzo è scritto da Mike McCready che firma anche FAITHFULL e GIVEN TO FLY. Pensi che i testi di PILATE o LOW LIGHT siano di Vedder, ed invece sono opera del bassista Jeff Ament. Stone Gossard firma anche la musica per DO THE EVOLUTION, IN HIDING ed è il solitario autore di ALL THOSE YESTERDAYS. Insomma tutto sembra rimescolarsi in attesa di un nuovo posizionamento della band e dei suoi membri all’interno della band. In “No Code” Eddie Vedder aveva firmato dodici testi su tredici, in “Yield” le sue canzoni, testo e musica, sono soltanto due: WISHLIST e MCF, benché firmi i testi di sei brani su tredici. Comunque i vari riequilibri, chiarimenti e riconsiderazione di ruolo, non cancellano una verità inconfutabile: Eddie Vedder è il front man del gruppo e questo ruolo, seppur con qualche sfumatura inestricabile, ha sempre offerto a chi lo ricopre una indiscussa leadership, è inevitabile. Se a questo aggiungiamo la pasta, il timbro della sua voce, è facile dire che i Pearl Jam senza Vedder non potrebbero sussistere o sarebbero altro. Dopo BRAIN OF J. si snodano canzoni meravigliose che fanno di quest’album uno dei più riusciti della band, sebbene le vendite ed il posizionamento in classifica non si discostarono da quelle quasi fallimentari di “No Code”. FAITHFULL è la canzone perfetta per rappresentare i Pearl Jam, un inizio melodico interpretato con ardore romantico da un astuto Vedder, si trasforma attraverso un inciso duro, affidato ad un riff elementare quanto efficace. Il canto diviene incalzante, erompe con focosità, irruente come lo diviene la band che sostiene questa ricognizione in un hard rock interpretato in modo molto esclusivo, decisamente personale. GIVEN TO FLY è forse una delle canzoni di maggior successo prodotte dalla band: almeno questo raccontano le classifiche e le heavy rotation radiofoniche. La struttura è simile ad altri brani dei Pearl Jam, simile a FAITHFULL, eppure stavolta c’è qualcosa in più, i maligni vedono questo quid nella somiglianza, o diretta discendenza, dalla ‘Going to California’ dei Led Zeppelin. Alcuni rimandi saranno anche individuabili, ma l’autonomia del brano è indiscutibile. E dopo il capolavoro, il gioiello, WISHLIST: lo si può definite tiritera, cantilena, filastrocca oppure tormentone, e lo è a tutti gli effetti, è infatti un elenco recitato di desideri, stilato da un Vedder ispirato, a volte surreale, a volte decisamente concreto. WISHLIST ebbe una buona diffusione radiofonica e a questo veicolo promozionale fondamentale i Pearl Jam si avvicinarono dovendo anestetizzare alcune loro idiosincrasie commerciali e promozionali. Traccia sette, ovvero, come far decollare un album che viaggia già ad una quota di altissima pregevolezza: DO THE EVOLUTION è il brano che speri si avveri, è il brano che non sospetti, imprevedibile, forse imprendibile, non catturabile, se è vero che l’autore è una semplice antenna che attira una canzone ancora in embrione e le offre una esistenza. Poi, improvvisamente, il brano si materializza dichiarando come i Pearl Jam siano perfetti, ispirati, decisi, uniti: DO THE EVOLUTION è inossidabile, duro, veemente, apice di un percorso coeso, organico. Dopo un giochino psichedelico, che potrebbe rimandare per lontana assonanza alla ‘Revolution 9’ dei Beatles, e  che sulla copertina dell’album è indicato con un semplice puntino rosso, ci si imbatte in MCF, probabile acronimo su cui forse non c’è neanche tanto interesse ad investigarne l’origine. Il brano è stato composto da Vedder, a Roma, lo sentenzia anche la copertina, durante un periodo di vacanza con la consorte sposata nella Città Eterna alcuni anni prima. Sul quel breve periodo romano, divenuto mitico, si è scritto molto e la rete racconta tutto nei dettagli. LOW LIGHT è ancora una sintesi di quello che la band può offrire quando leggerezza, sobrietà ed ispirazione perpetuano un cammino comune. Infine è necessario citare IN HIDING perché è la canzone preferita dai musicisti della band che ne avevano riconosciuto il valore e le potenzialità mentre approntavano un demo. “Yield” non è solo questo, c’è molto altro e come sempre, negli album riusciti, densi, consistenti, c’è anche tutto ciò che si scopre con sorpresa durante gli iterati riascolti che una opera di questo spessore merita ed esige. Ogni volta si rimane meravigliati nel distinguere suoni, parti, accenti, soluzioni, interventi, che la volta precedente sembrava non ci fossero.

 
 

Brain of J. – 00:02:59
Faithful – 00:04:18
No Way – 00:04:19
Given to Fly – 00:04:01
Wishlist – 00:03:26
Pilate – 00:03:00
All Those Yesterdays – 00:04:02