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LA RECENSIONE DI SWEET OBLIVION

Le fonti dalle quali scaturisce un brano come BUTTERFLY, decisamente rappresentativo del lavoro sviluppato dagli Screaming Trees in questo album, sono facilmente individuabili nella musica psichedelica inglese prodotta tra il 1966 ed il 1967: citare di primo acchito i Beatles e i Rolling Stones, nel loro periodo figli dei fiori, viene del tutto naturale. I riferimenti, l’ispirazione, la scelta di alcune sonorità, modulazioni che rimandano a scale orientali, l’uso del pianoforte che cita Nicky Hopkins ed effetti per chitarra come il wah-wah, tutto in BUTTERFLY richiama quel periodo e quei musicisti che, animati dal fermento libertario e modaiolo di quei giorni, produssero una musica  effimera quanto straordinaria: citare Jimi Hendrix diviene quindi spontaneo. Anche il brano che apre questo intramontabile e riuscitissimo “Sweet Oblivion” del 1992, titolato SHADOW OF THE SEASON, possiede le stesse caratteristiche di BUTTERFLY, sebbene melodicamente sviluppi delle aperture nelle quali è ulteriormente avvertibile l’ascendente imposto da quella stagione della Londra floreale. La vivace e coloratissima swinging London si confrontava in quei lontani giorni, con una sempre più diffusa e capillare circolazione dell’LSD, con la passione per la musica indiana influentemente introdotta da George Harrison e con la capacità di Brian Jones di sfruttare strumenti come il sitar in funzione prettamente pop, senza riserbargli quindi uno sterile, ottuso rispetto: ‘Paint it, Black’, può essere considerato l’esempio più riuscito ed emblematico. Giunti al loro sesto album, gli Screaming Trees assemblano, con “Sweet Oblivion”,  un’opera che può essere oggi riconosciuta come una delle loro migliori ed intense incisioni. A dispetto di riconoscimenti generalmente positivi espressi della critica, questo album non garantirà comunque alla band quell’eccezionale successo ottenuto da Nirvana, Pearl Jam o Soundgarden. Nello stesso anno, ancor prima della pubblicazione del disco, uno dei brani di “Sweet Oblivion”, NEARLY LOST YOU, comparirà nel film di Cameron Crowe “Singles”, ambientato in una Seattle notturna dove il fenomeno grunge sta iniziando a diffondersi ed imporsi. NEARLY LOST YOU è il maggior successo ottenuto dagli Screaming Trees, che pur condividendo spiccate affinità con altre band e godendo della frequentazione e dell’amicizia di molti protagonisti del grunge, non riuscirono mai ad identificarsi con quel tipo di proposta per poterne sfruttare una vantaggioso ritorno d’immagine. Il gruppo era nato nel 1985 e dopo una gavetta neanche troppo lunga o sofferta, era riuscito a pubblicare album che si muovevano nei limiti di una formula nella quale convivevano e si fondevano elementi del garage rock, dell’hard rock alternativo, del rock psichedelico; tradotto in termini di classificazione radiofonica, gli Screaming Trees erano una band modern rock. Il cantante Mark Lanegan è sempre stato il punto di riferimento della band ed oltre ad aver firmato come co-autore tutti i brani di “Sweet Oblivion”, ha sviluppato un modello di canto che forse incarna l’elemento più vicino ad una forma di pseudo-grunge espresso dal gruppo. Tipico esempio è il brano TROUBLE TIMES dove le componenti dello stile Trees sono enunciate chiaramente: nella parte iniziale, la pasta sonora del suono di chitarra è decisamente assimilabile al grunge, un grunge che si muove su una disposizione umorale equiparabile a quella malinconica del blues, quel blues urbano che serpeggia nel brano in maniera decisa. Il bridge, decisamente rock, sposta ancora il tenore del pezzo, collegandolo stilisticamente ad esperienze musicali cronologicamente precedenti che citano ad esempio il Neil Young più elettrico, la leggerezza abilmente camuffata del beat anni ’60, oltre agli elementi psichedelici descritti. Mark Lanegan e compagni erano perfettamente coscienti della loro diversità, della loro autonomia espressiva dalla quale non volevano allontanarsi anche se, in quei primi anni dei ’90, essere etichettati come band grunge avrebbe potuto garantire attenzioni maggiori e forse il successo. Probabilmente questa posizione ha reso indefinita la loro proposta ed anche difficilmente definibili i loro lavori, d’altronde il prodotti privi di una precisa connotazione formale sono abitualmente relegati in una zona a latere del mainstream, proprio perché esulano dalla possibilità di avere un seguito o un riconoscimento di massa. Eppure un brano come DOLLAR BILL possiede tutte le caratteristiche per ottenere diffusi riconoscimenti: è una ballad intensa con un Lanegan ispirato, per molti aspetti ammaliante, l’andamento è quello tipico della ballad rock con innesti ritmici sul ritornello e recuperi melodici nella frase. Un gioiello imperdibile arricchito da un drumming che chiarisce una volta di più la basilare importanza del batterista Barrett Martin per la prima volta in un lavoro degli Screaming Trees. Nell’album si succedono brani coinvolgenti, interessanti e di grande levatura: NO ONE KNOWS e MORE OR LESS sono dei midtempo in cui Lanegan manifesta le sue qualità interpretative sempre affidate al timbro e mai ad una estensione vocale epidermica di matrice romantica. Sono brani dove il lavoro alla chitarra di Gary Lee Conner può essere valutato in tutta la sua potenza e indipendenza stilistica. WINTER sarebbe potuta divenire una canzone pop se affidata ad altri musicisti, Lanegan e company la interpretano inevitabilmente alla Screaming Trees ed il risultato è una canzone orecchiabile, compatta, monolitica, arricchita da suoni di chitarra distorti, da assoli efficaci, il drumming sostiene tutto ed il cantante esalta il tutto. Guardando a ritroso la storia di questi musicisti ci si accorge che dopo gli Screaming Trees, ma anche durante il periodo di attività del gruppo, tutti i componenti sono stati impegnati in progetti extra spesso di notevole spessore. Quella dei componenti degli Screaming Trees è una sorta di promiscuità musicale incontrollabile: Mark Lanegan  ancora oggi produce album solisti e negli anni ha dato vita a progetti come i Gutter Twins con Greg Dulli degli Afghan Whigs, o lavorato in duetto con Isobel Campbelle oltre ad aver partecipato a innumerevoli produzioni di alto livello come guest star. Barrett Martin, divenuto nel frattempo professore associato all’Università di Seattle in materie inerenti la ricerca musicale, è sempre stato batterista prodigioso. Purtroppo seguire e ricostruire le sue partecipazioni richiede un lavoro molto impegnativo, basti forse ricordare che con Mike McCready dei Pearl Jam e Layne Staley degli Alice in Chain ha dato vita ai Mad Season, mentre assieme a Peter Buck dei R.E.M, è corresponsabile del progetto strumentale Tuatara. L’attività di Barrett Martin è iniziata a Seattle in uno dei gruppi più noti influenti della città nel periodo 1983/85: gli Skin Yard. Anche i fratelli Conner hanno percorso strade musicali di estremo interesse, soprattutto Van Connes che è divenuto elemento fondante dei Solomon Grundy e dei Valis.

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Shadow of the Season – 00:04:33
Nearly Lost You – 00:04:06
Dollar Bill – 00:04:33
More or Less – 00:03:09
Butterfly – 00:03:21
For Celebrations Past – 00:04:08
The Secret Kind – 00:03:07
Winter Song – 00:03:42
Troubled Times – 00:05:19
No One Knows – 00:05:10
Julie Paradise – 00:05:05